Società

“Bevi fino a sballarti?”, sabato sera, shot e contachilometri: perché il binge drinking è diventato un caso nazionale

Non una semplice menzione, ma un indicatore strutturale. Il Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031 – approvato in Conferenza Stato-Regioni nel marzo 2026 – dedica per la prima volta una attenzione analitica al consumo di alcol per singola occasione tra i giovanissimi, inserendolo tra i parametri che misureranno il successo o il fallimento delle politiche sanitarie nei prossimi sei anni.

La scelta, leggendo il documento, non nasce da un generico “moral panic”, ma da un’inversione di tendenza che gli epidemiologi hanno iniziato a registrare ormai da qualche anno. Il Piano lo spiega nel Macro-obiettivo M02 (“Dipendenze e problemi correlati”) , sezione “Disturbo da uso di alcol”: mentre in Italia cala il consumo quotidiano tradizionale (il bicchiere di vino durante i pasti), crescono in modo significativo il consumo occasionale puro e quello “fuori pasto”. Ed è proprio lì che si annida il fenomeno del binge drinking.

Cosa dice esattamente il Piano

Il documento cita i dati dell’Istituto Superiore di Sanità (relazione 2025): circa 8 milioni di italiani sono classificati come “consumatori a rischio”. Ma la novità riguarda la distribuzione per età. Il PNP individua due fasce critiche: i giovanissimi tra i 16 e i 17 anni (dove l’abitudine al bere intensivo è spesso legata alla socializzazione notturna) e le donne tra 18 e 24 anni, un gruppo tradizionalmente sottostimato nelle statistiche sull’alcol.

Per questo il Piano introduce due indicatori specifici che saranno oggetto di monitoraggio annuale:

  • Prevalenza di ragazzi 11-15 anni per binge drinking (indicatore 1.8 del Macro-obiettivo M01);
  • Prevalenza di ragazzi 11-17 anni per binge drinking (indicatore 2.2 del Macro-obiettivo M02).

Non si tratta di un esercizio statistico fine a se stesso. L’obiettivo è legare quei numeri a interventi concreti: il Piano prevede che le Regioni, attraverso i propri Piani Regionali della Prevenzione , debbano implementare programmi di prevenzione selettiva e indicata nei contesti extrascolastici – luoghi del divertimento, eventi sportivi, aggregazione notturna.

Il meccanismo della “prevenzione ambientale”

Una delle svolte metodologiche del PNP 2026-2031 è l’abbandono del solo approccio informativo (spot, opuscoli) per abbracciare quello che il documento chiama “prevenzione ambientale”. Tradotto: agire sul contesto fisico e normativo in cui i ragazzi consumano alcol.

Nel Programma Predefinito PP4 (“Dipendenze”) , il Piano chiede alle Regioni di sviluppare accordi intersettoriali con Prefetture, Forze dell’Ordine, Comuni e gestori di locali per:

  • garantire il rispetto della normativa sulla vendita di alcolici ai minori;
  • formare il personale addetto alla somministrazione;
  • ridurre i rischi legati all’abuso attraverso interventi diretti sul “microambiente” (regolazione dei rumori, disponibilità di acqua, informazione nei locali).

Non è un caso che lo stesso PP4 dedichi un obiettivo specifico alla sicurezza stradale: chi beve in modalità binge è anche più esposto al rischio di guidare in stato di ebbrezza. Il Piano prevede quindi un “Programma regionale Cultura della Sicurezza” che includa corsi di formazione e iniziative di sensibilizzazione nei contesti scolastici.

Perché l’indicatore è considerato “tracciante”

Nel lessico del PNP, un obiettivo tracciante è una priorità assoluta, il cui mancato raggiungimento pesa sulla certificazione regionale. Il binge drinking tra i giovani è stato classificato come tale. Le Regioni dovranno dimostrare, anno dopo anno, di aver implementato le azioni previste e di aver migliorato progressivamente i punteggi degli indicatori (le soglie di accettabilità sono definite nel dettaglio delle schede tecniche).

Il razionale del Piano è esplicitato in poche righe: “il consumo rischioso in adolescenza, soprattutto la cannabis e l’alcol, può configurarsi come fattore di rischio per la comorbilità psichiatrica e per comportamenti devianti”. E aggiunge: “La prevenzione deve adattarsi alle specificità socio-culturali, rendendo gli interventi sostenibili e realmente incisivi”.

Tradotto: non bastano le campagne contro l’alcol alla guida. Serve un lavoro di normativa, controllo e riprogettazione degli spazi di socializzazione. Il nuovo Piano, per la prima volta, mette nero su bianco anche questo.


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