oltre 100 giorni all’anno di “stress termico”
La Capitale fa i conti con gli effetti concreti del cambiamento climatico globale, trasformandosi in un’isola di calore dove il disagio fisico per la popolazione non si limita più ai soli picchi emergenziali.
A Roma, i cittadini sono esposti a un marcato stress termico dovuto alle temperature elevate per oltre 100 giorni all’anno.
Questo dato fotografa una realtà ben più severa rispetto al semplice conteggio delle canoniche “ondate di calore” monitorate dai bollettini ministeriali.
È lo scenario emerso da uno studio scientifico condotto congiuntamente da Enea, Sapienza Università di Roma e Serco Italia SpA, i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Atmosphere.
La ricerca mette in luce una discrepanza fondamentale: sebbene durante i picchi di calore l’allarme sia massimo, il corpo umano subisce un logoramento bioclimatico continuo anche in giornate che non rientrano ufficialmente nei parametri dell’allerta meteo, a causa della combinazione tra elevate temperature costanti e tassi di umidità penalizzanti.
I dati del monitoraggio: la forbice tra stress e ondate
Gli esperti hanno preso in esame i parametri meteorologici registrati nel quinquennio più recente, analizzando nel dettaglio la striscia temporale compresa tra maggio e settembre.
I dati relativi alle temperature massime e minime quotidiane sono stati estratti dai sensori di due storiche stazioni meteorologiche posizionate nel cuore del tessuto urbano romano: quella del Collegio Romano e quella di via Boncompagni.
L’incrocio dei dati ha rivelato un trend chiaro: negli anni 2018, 2020 e 2022 la totalità delle giornate classificate come “ondata di calore” ha comportato, come prevedibile, una condizione di stress termico all’aperto. Tuttavia, non è stato registrato il fenomeno inverso.
La quota di giorni caratterizzati da un forte disagio fisico che coincideva con un’ondata di calore formale è andata progressivamente calando: era il 60% nel 2018, il 50% nel 2020 ed è scesa ad appena il 40% nel 2022.
Ciò significa che la maggior parte delle giornate in cui i romani soffrono il caldo opprimente non viene intercettata dai tradizionali sistemi di allarmismo climatico.
Il triennio bollente e l’impatto sulla salute pubblica
La fase più acuta della transizione climatica nella Capitale si è concentrata nell’ultimo segmento temporale analizzato dai ricercatori, che definiscono le condizioni registrate come senza precedenti per continuità e intensità.
«In base alla nostra serie storica, il triennio compreso tra il 2021 e il 2023 ha evidenziato le anomalie termiche più estreme», ha illustrato la coautrice della ricerca Serena Falasca, ricercatrice del Laboratorio Enea Modelli e servizi climatici presso il dipartimento Sostenibilità.
«Le temperature minime notturne hanno raggiunto un picco record di 28 °C nel 2023, impedendo il naturale raffreddamento degli edifici e dell’asfalto, mentre le massime diurne hanno sfiorato i 40,5 °C nel corso del 2022».
Lo studio si conclude con l’invito a ridisegnare i piani di protezione civile e l’architettura urbanistica della città, implementando soluzioni di forestazione e tetti freddi per mitigare l’indice di vulnerabilità della popolazione, in particolare dei soggetti anziani e fragili.
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