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Drone russo in Romania: perché gli F-16 della Nato non l’hanno abbattuto

La vicenda del drone russo che ha colpito un palazzo residenziale a Galati, città situata nella parte orientale della Romania, deve ancora essere chiarita a dovere. Al netto dell’immediata e dura condanna della Nato, che ha definito il gesto di Mosca come sconsiderato al punto da poter innescare una pericolosa escalation, c’è chi si chiede perché l’Alleanza Atlantica non abbia intercettato la minaccia prima del suo ingresso nello spazio aereo di Bucarest. Certo, i caccia della Romania si sono alzati in volo ma senza abbattere il velivolo senza pilota che il Cremlino avrebbe inviato per colpire l’Ucraina.

La Romania e il drone russo

La Nato ha espresso chiaramente la propria posizione. Allison Hart, portavoce dell’Alleanza Atlantica, ha scritto sui social che il gruppo continuerà a rafforzare le proprie difese contro tutte le minacce nemiche, droni compresi. Gli F-16 di Bucarest si sono alzati in volo per proteggere lo spazio aereo nazionale pur senza colpire l’Uav di Mosca. Il presidente rumeno Nicusor Dan ha spiegato che i caccia hanno desistito perché “non sussistevano le condizioni per distruggere (la minaccia ndr) senza l’elevato rischio di mettere in pericolo la sicurezza dei civili”.

La Romania non “può rischiare di creare più minacce di quante ne possa prevenire, l’esercito ha dei limiti ben precisi”, ha aggiunto il portavoce del ministero della Difesa Nazionale della Romania, Cristian Popovici, per rispondere proprio al mancato abbattimento della minaccia.

Il generale di brigata Gheorghe Maxim ha invece chiarito, secondo il quale non ci sarebbe stato il tempo sufficiente per abbatterlo. “La prima limitazione è di natura legale: non possiamo aprire il fuoco in modo da interferire con lo spazio aereo di un Paese confinante. Inoltre, ingaggiare un bersaglio aereo richiede un certo lasso di tempo, che comprende individuazione, identificazione e ingaggio. I quattro minuti che avevamo a disposizione erano un periodo di tempo estremamente breve”, ha affermato l’alto ufficiale militare.

Caccia in volo e sistemi di Difesa

Maxim ha proseguito dicendo che la Romania possiede sistemi di difesa aerea “progettati e realizzati prima del 2023, anno in cui è iniziata questa guerra dei droni”. Interrogato allora sul motivo per cui i sistemi Gepard non si fossero attivati, il generale ha fatto sapere che le forze armate hanno delle restrizioni sull’impiego di tali sistemi in tempo di pace.

“Dobbiamo avere il consenso dei proprietari e delle aziende per installare tali sistemi, che hanno una portata limitata tra 1,5 km e 6 km, perché la proprietà privata è protetta dalla legge. Siamo in tempo di pace. Dove abbiamo ottenuto il consenso, abbiamo installato i sistemi. Dove non abbiamo ottenuto il consenso, non li abbiamo installati”, ha concluso ancora Maxim.

Con 55 F-16, 42 sistemi antiaerei Gepard e aerei Nato sul suo territorio, la Romania aveva gli strumenti per contrastare i droni russi. E allora perché l’Uav che si è schiantato a Galati non è stato abbattuto prima dello strike? Bucarest aveva schierato aerei F-16 e un elicottero per contenere l’ospite indesiderato, ottenendo pure l’autorizzazione a colpire. I funzionari della Difesa hanno però riferito che la finestra di tempo per agire era di soli quattro minuti: troppo breve per individuare, classificare e distruggere il bersaglio prima dello schianto contro un condominio.

L’incidente ha sollevato dunque interrogativi scomodi per la Romania e la stessa Alleanza Atlantica, visto che la Romania possiede in teoria già uno dei sistemi di difesa aerea più efficaci del blocco.

“Al Ministero della Difesa c’è una costante preoccupazione per adattare il quadro legislativo al fine di limitare situazioni come quella di ieri sera”, ha spiegato ancora Maxim. Due residenti sono rimasti feriti. Se il drone avesse terminato la propria corsa solo pochi metri più in basso, il bilancio sarebbe quasi sicuramente stato ben più grave.


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