Intelligenza artificiale: le aziende che vogliono essere rilevanti devono giocare d’anticipo

Troppo numerose e troppo rapide le trasformazioni organizzative indotte dall’arrivo dell’intelligenza artificiale nelle aziende per pensare di poterle governare con ruoli, processi e modelli ormai superati. Non si tratta, infatti, di evoluzione, ma di una vera e propria rivoluzione a livello di competenze, responsabilità e del modo stesso in cui il lavoro viene progettato. “Il problema delle risorse umane non è l’intelligenza artificiale bensì gestire il lavoro con le categorie del 1955 – ha commentato Carlo Alberto Carnevale Maffè, associate professor of Practice di Sda Bocconi, nell’ambito di Sparking Thoughts, summit dedicato al futuro del lavoro organizzato da Sparq, specialista dell’head hunting e dei servizi di HR advisory – In questo scenario, il ruolo dell’HR cambia: non più solo gestione di persone e costi ma amministrazione di un portafoglio integrato di asset, persone, agenti AI, modelli e competenze”. I ruoli, del resto, cambiano ben prima del ‘job title’. Lo conferma anche il World Economic Forum che sottolinea lo scarto esistente tra compiti effettivamente svolti e ruoli ufficialmente ricoperti.
“Le competenze si ricombinano continuamente generando nuovi mestieri prima ancora di essere formalizzati – ha spiegato Monia Cusini, head of people e HR advisor di Sparq – Per le aziende questo significa imparare a cogliere i cambi intervenuti nelle skill interne per anticipare i bisogni che si presenteranno nell’arco dei 6-12 mesi successivi”. È proprio nella gestione di tale scarto temporale che le aziende si giocano la capacità di continuare a essere rilevanti. Se poi l’Intelligenza artificiale ridefinisce i processi decisionali, la governance del cambiamento non può essere neutrale. “Le organizzazioni, non a caso, sono chiamate a scegliere cosa delegare e cosa mantenere”, ha evidenziato Giuseppe Torre, fondatore e direttore di DataHubs nonché docente alla Pontificia Università Antonianum.
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