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Missione compiuta, il partito è Trump

Il verdetto politico emerso dalle urne di maggio certifica che il peso di Donald Trump nel Partito Repubblicano non si misura più sulla capacità di adattarsi agli equilibri esistenti, ma sulla brutale efficacia del suo ruolo di kingmaker. Anche nelle sfide più competitive il tasso di successo dei candidati da lui sostenuti si è attestato, nei fatti, su un inequivocabile 100%.

Questa efficacia è il risultato diretto dell’azione di Trump, che ha progressivamente rimodellato la struttura stessa del partito a propria immagine. Tale trasformazione è avvenuta rinunciando alla ricerca del centro moderato e puntando invece su una fascia radicale dell’elettorato che, senza di lui, tende semplicemente a non votare.

La capacità di mobilitare questo bacino di elettori ha permesso a Trump di causare la caduta dei vecchi leader repubblicani e dei loro eredi, costringendo l’apparato a una sostanziale sottomissione per evitare l’astensionismo punitivo della base.

La differenza rispetto alla sua prima amministrazione è più che palese. Nel 2016 Trump arrivò alla Casa Bianca senza una preparazione organica. I quattro anni trascorsi durante la presidenza di Joe Biden gli hanno invece offerto il tempo necessario per capire che, per rendere permanente la propria rivoluzione politica, non bastava vincere le elezioni: occorreva controllare i meccanismi di selezione della classe dirigente e i canali di accesso al consenso.

La trasformazione si è compiuta attraverso un’inversione dei rapporti di forza finanziari, mediatici e generazionali. Attraverso una pianificazione aggressiva, Trump ha centralizzato la raccolta fondi dei potenti comitati elettorali capaci di raccogliere e spendere fondi praticamente illimitati a sostegno di candidati e campagne politiche e ricondotto gran parte dei media conservatori dentro una macchina elettorale funzionale alla propria leadership.

Nella storia politica americana esistono pochissimi precedenti di un controllo così personale e capillare di un presidente sul proprio partito, e nessuno regge il confronto con la situazione attuale.

Il parallelo storico più vicino, anche per la natura del consenso, è quello con Andrew Jackson. Come Trump, Jackson era un outsider che seppe mobilitare il risentimento della provincia e delle classi popolari contro le élite di Washington, imponendo un rapporto diretto con la propria base elettorale. Tuttavia, anche nel pieno della sua autorità politica, gli apparati mantenevano ampi margini di autonomia e i notabili locali conservavano una capacità di resistenza oggi largamente erosa.

Il precedente più significativo è però quello di Franklin Delano Roosevelt, perché dimostra quanto sia storicamente difficile esercitare un controllo diretto sulle primarie e sulla selezione della classe dirigente. Al culmine della propria popolarità, Roosevelt entrò in aperto conflitto con l’ala conservatrice del Partito Democratico, colpevole di ostacolare le riforme del New Deal.

Roosevelt decise allora di intervenire personalmente nelle primarie democratiche di metà mandato sostenendo i suoi candidati progressisti. L’operazione si trasformò in un fallimento quasi totale. Gran parte dei democratici conservatori sopravvisse alle primarie e Roosevelt uscì politicamente indebolito dal tentativo di imporre la propria volontà al partito.

È proprio questo duplice confronto a evidenziare la particolarità rappresentata da Trump.

Laddove persino dei predecessori dominanti come Jackson e Roosevelt non riuscirono a piegare sistematicamente i ribelli del proprio schieramento, Trump è riuscito a trasformare il proprio endorsement nel principale criterio di sopravvivenza politica interna.


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