Dentro casa Einaudi: stanze, libri e miti di via Biancamano 1

Nel bel mezzo di “A che punto è la notte”, Fruttero e Lucentini arredano una scena deliziosa e al limite del parodistico. Siamo in una riunione della casa editrice in cui lavorano Monguzzi e Rossignolo, alter ego degli autori. La casa editrice è, sotto mentite spoglie, una loro versione dell’Einaudi dove entrambi hanno lavorato fino al 1961 come ufficio stampa e redattori. «A destra, sulla parete di fronte, c’era un’icona ucraina portata via per dodicimila rubli a Leningrado, e a sinistra, sotto vetro, un pezzo d’intonaco giallino sul quale lentamente stingevano tre rosse lettere cubitali, RAN, tracciate a mano con un pennellaccio. Era un frammento di scritta rivoluzionaria, scovato a Pau in casa di un vecchietto commovente, un profugo madrileno che aveva salvato quel ricordo murale dall’assedio della sua città, nel 1939. Quarantamila vecchi franchi».
Nel giallo, uscito nel 1979, F&L ironizzano «sulla passione e sui gusti di Giulio Einaudi per l’arte contemporanea, i cui pezzi migliori decoravano non solo la sua abitazione privata ma anche le pareti della casa editrice», scrive Paolo Di Stefano autore di “Casa come me: Einaudi”, primo volume di una nuova collana dell’editore Electa in cui alcuni personaggi, artisti, scrittori, editori, vengono raccontati da un punto di ingresso particolare: la casa. Quella di Di Stefano allora è una sorta di Open House (l’evento che a giugno a Torino apre al pubblico edifici e abitazioni solitamente inaccessibili) in forma scritta delle stanze di via Biancamano 1.
Sì perché l’Einaudi, dopo alcune peregrinazioni causate dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, si trasferì dal 1945 all’1 di via Biancamano e lì rimase fino agli anni Ottanta quando traslocò nel palazzo di fronte, al civico 2. Il racconto vivace e informato (Di Stefano ha lavorato in casa editrice fino agli anni Novanta) di quelle stanze, degli uffici, delle opere che decoravano le pareti, diventa grazie a Di Stefano una galleria di ritratti (Pavese, Natalia Ginzburg, Calvino, Ernesto Ferrero, e meno noti ma non meno fondamentali come il capo dell’ufficio tecnico Oreste Molina), un originale e prezioso carotaggio della storia culturale italiana. Oltre che della storia, d’interni, di Torino.
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