Docenti e genitori, Floris: “Una volta la madre chiedeva in che cosa hai preso poco, ora chiede chi ti ha dato quel voto così basso”

Non è la solita invettiva contro i banchi vuoti o le tracce della maturità. Giovanni Floris, ospite di Corrado Augias su La 7, ha provato a scardinare un meccanismo più profondo.
Quello che rende un Paese incapace di capirsi. “Non riusciamo a comprendere le cose perché non abbiamo in testa le categorie che ci aiutano”, ha detto. E ha subito precisato: non parlava di titoli di studio. “È più l’incapacità di comprendere e di farsi comprendere”. La differenza, per Floris, è la prima a saltare. E salta perché abbiamo smesso di credere che lo strumento intellettuale serva a qualcosa. “Abbiamo perso la fiducia che studiando le cose le possiamo capire”.
Floris, durante il suo intervento a La Torre di Babele, ha tirato in ballo Giuseppe Di Vittorio. Il grande sindacalista pugliese, uno dei padri della Repubblica, cominciò a lavorare nei campi a otto anni. Eppure, ha ricordato Floris, rispettava lo studio come pochi. I suoi nonni si spezzavano la schiena per far studiare sua madre. Non solo per trovare un lavoro migliore: “Lo studio era la formazione di una persona”. Oggi, secondo il giornalista, siamo arrivati all’aberrazione opposta. “Mettere sullo stesso piano studio e lavoro, l’alternanza studio-lavoro”. Come se due ore di banco valessero due ore di catena. Un sintomo, per Floris, di un modo di pensare che ha scambiato la fine con i mezzi.
La scuola, dal suo punto di vista, resta “la rete istituzionale più attiva che abbiamo sul territorio”. La più preparata, la più specifica. È lì che si impara a sentirsi cittadini. Ma per funzionare non bastano i soldi. “C’è un piano simbolico – ha spiegato – quello degli stipendi”. Non si tratta solo di mercato o di numeri di bilancio. “Tu alzando lo stipendio del docente dai a una società che riconosce valore solo a quello che ha valore economico, dai un segnale. Noi ci teniamo a che le persone imparino”.
Poi la proposta. “Portiamo i musei, il cinema, il teatro, la musica”. Ma non come gite. “Se invece di portare il cinema dentro la scuola, facessimo diventare il cinema, il teatro, la musica, i musei, scuola”. L’orario raddoppiasse, ma non tenendo i ragazzi tra i banchi: facendo diventare docenti le guide turistiche. “La cultura allagherebbe il paese”. Servirebbero investimenti, ovvio. “Spostare i soldi da qualcosa a qualcos’altro: i primi esempi, dalle armi alla scuola, dal ponte sullo stretto alla scuola”. Perché “la capacità di capire il proprio paese precede la capacità politica di votare qualcuno”.
Il nodo, però, è anche un altro. Negli ultimi anni il ruolo della scuola si è capovolto. Floris ha citato il ministro Valditara e la richiesta di permesso alle famiglie per insegnare l’educazione affettiva. “L’insegnante chiede allo studente se gli può insegnare qualcosa”. Pensiamo a una famiglia cattolica che non vuole che il figlio studi Feuerbach, perché Feuerbach ha detto che non è Dio a creare l’uomo ma il contrario. “Io non voglio che mio figlio impari questo”. Pensiamo a una famiglia che vuole un figlio vincente, positivo: “che gli insegnate Leopardi a fare?”. Floris ha ricordato che ormai “lo studente dà il voto al professore: questo me lo insegni, questo no”. E le famiglie? Una volta la madre chiedeva “in che cosa hai preso poco”. Adesso chiede “chi ti ha dato il voto basso”. Si giudica la persona, il maestro.
L’ultima stoccata è andata agli intellettuali. Floris ha richiamato Gramsci: un intellettuale è tale se riconosciuto dal mondo intorno. Oggi, invece, “l’intellettuale sente di avere un ruolo se è differente e rifiutato dal popolo”. È diventato “un pesce rosso in una boccia d’acqua: il popolo passa, gli dà due colpetti, guarda la reazione e se ne va”. Si è reciso ogni legame tra chi studia e chi no. Studiare è diventato “un privilegio da esporre invece che l’arma per renderci tutti uguali”. E questa, ha concluso Floris, “è colpa degli intellettuali, di quelli che oggi giocano a fare gli intellettuali e che Gramsci non avrebbe riconosciuto come tale”.
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