Cultura

Le parole di Thom Yorke: vendere il passato, uccidere il futuro

Credit: anyonlinyr, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Le parole di Thom Yorke, pronunciate durante gli Ivor Novello Awards 2026, non sono soltanto l’ennesima, e per certi versi ovvia, denuncia contro lo streaming o contro l’avidità delle major. Sono il sintomo di qualcosa di più profondo: la sensazione reale che l’industria musicale contemporanea abbia smesso di credere nel futuro. Da anni il musicista dei Radiohead insiste su un punto preciso: il sistema economico della musica contemporanea non premia più la ricerca, la sperimentazione, l’azzardo creativo. Premia la sicurezza. Premia il catalogo. Premia la nostalgia. E, soprattutto, premia tutto ciò che può essere trasformato in rendita permanente.

Le sue dichiarazioni arrivano, infatti, in un momento storico in cui le grandi multinazionali dell’intrattenimento stanno spendendo cifre gigantesche per acquistare i cataloghi di artisti degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Non investono nel presente: comprano il passato. Perché il passato è rassicurante, prevedibile, facilmente monetizzabile. Un catalogo storico garantisce ristampe deluxe, box celebrativi, edizioni limitate, live ritrovati, documentari, anniversari, vinili colorati, merchandising esclusivo. Un’intera economia della memoria costruita attorno alla trasformazione della musica in reliquia. E forse il punto più inquietante è proprio questo: non si tratta necessariamente di una scelta miope. Anzi. È una scelta perfettamente lucida.

Le aziende sanno benissimo che il pubblico economicamente più forte — quarantenni, cinquantenni, sessantenni — preferisce, spesso, rifugiarsi nella colonna sonora della propria giovinezza, piuttosto che rischiare l’incontro con qualcosa di nuovo. Dopo anni di precarietà, alienazione digitale e bombardamento continuo di contenuti, la nostalgia diventa un anestetico emotivo. E allora il vecchio disco dei Pink Floyd, dei Led Zeppelin, dei Beatles o degli stessi Radiohead smette di essere soltanto musica: diventa un luogo mentale sicuro, un ritorno a sé stessi, una comfort zone culturale da acquistare a 50 euro in vinile pesante. Il problema è che, mentre il passato viene lucidato come un monumento, il presente, lentamente, si svuota.

Le nuove band esistono ancora. Gli artisti interessanti continuano a nascere. La creatività non è morta. Ma è sempre più invisibile, sempre più schiacciata da un sistema che investe, quasi esclusivamente, su ciò che può diventare immediatamente algoritmo, trend, format, viralità istantanea. I social network, i talent show, le piattaforme di streaming e perfino l’utilizzo ambiguo e invasivo delle intelligenze artificiali stanno contribuendo a creare artisti progettati a tavolino per il consumo rapido, figure intercambiabili inserite in un mercato ormai drogato dalla velocità, dall’apparenza estetica e dalla semplificazione. In questo scenario, la denuncia di Thom Yorke assume quasi il tono di una profezia malinconica. Lui può permettersi di parlare: la sicurezza economica conquistata attraverso album fondamentali come “OK Computer”, “Kid A” o “In Rainbows” gli consente una libertà che migliaia di musicisti contemporanei non hanno mai avuto. Ma proprio per questo le sue parole fanno rumore. Perché arrivano dall’interno del sistema. Da uno degli ultimi artisti diventati giganteschi senza sacrificare davvero la propria identità artistica. Eppure il rischio è che queste dichiarazioni restino soltanto parole nobili dentro un meccanismo troppo grande per essere scalfito.

Thom Yorke prevede il collasso di questa industria così com’è stata costruita, ma noi, sinceramente, non siamo affatto certi che questo collasso avverrà davvero. Le grandi aziende dell’intrattenimento possiedono, oggi, una capacità di manipolazione culturale infinitamente superiore rispetto al passato. Possono orientare gusti, desideri, mode, estetiche e perfino comportamenti e linguaggi attraverso gli algoritmi, le campagne social, le piattaforme digitali, i media, le televisioni e flussi continui di contenuti specifici. Non hanno perso la saggezza: semplicemente la utilizzano per massimizzare profitto, controllo e permanenza sul mercato.

E allora forse a morire non sarà l’industria musicale. Forse morirà ciò che sta ai margini. Le band più sperimentali. Gli artisti meno addomesticabili. Le piccole etichette indipendenti. Le webzine musicali. Gli spazi di critica autentica. Realtà come “Paranoid Park” o “Indie For Bunnies” rischiano di diventare nicchie sempre più isolate, minuscoli avamposti di libertà artistica in un ecosistema economico dominato da flussi enormi di denaro e di attenzione.

Per interrompere questo ritorno ciclico al passato esisterebbero almeno due strade. La prima sarebbe culturale: educare nuovamente gli ascoltatori alla scoperta, alla curiosità, all’ascolto lento, all’album nella sua interezza, al desiderio di inciampare in qualcosa che ancora non conoscono. Ma è un percorso lungo, difficile, quasi controcorrente in un’epoca costruita sull’immediatezza e sulla superficialità. La seconda sarebbe economica: rendere nuovamente accessibile la musica fisica alle nuove generazioni, abbassando drasticamente il costo dei vinili e dei supporti. Ma anche questa sarebbe una scommessa rischiosa per industrie che hanno investito milioni nell’acquisto di cataloghi storici e che, ora, vogliono monetizzarli fino all’ultima ristampa.

Forse, allora, l’unica vera alternativa potrebbe arrivare dagli artisti stessi. Da quelli che hanno accumulato abbastanza potere economico e mediatico da poter costruire qualcosa di diverso. Yorke, i Radiohead e altri nomi enormi della musica contemporanea potrebbero trasformarsi non soltanto in musicisti, ma in investitori culturali: produrre nuove band, sostenere economicamente etichette indipendenti, finanziare piattaforme alternative di streaming, creare circuiti autonomi di distribuzione, supportare riviste musicali, blog, webzine e spazi critici che ancora cercano musica viva invece di inseguire soltanto i numeri. Un singolo artista non può cambiare il sistema. Nemmeno se si chiama Thom Yorke. Ma forse più artisti insieme sì. Forse il vero atto rivoluzionario, oggi, non sarebbe pubblicare un disco sperimentale, ma costruire infrastrutture nuove: piattaforme di scoperta, reti di sostegno reciproco, economie culturali alternative capaci di sottrarre spazio ai colossi dell’intrattenimento. Perché la vera battaglia non riguarda soltanto la musica. Riguarda il diritto stesso all’immaginazione, alla ricerca, all’errore, alla creatività, alla fantasia, alla possibilità che qualcosa di nuovo possa ancora nascere senza essere immediatamente trasformato in prodotto. Altrimenti le parole di Thom Yorke resteranno sospese nell’aria come molte grandi canzoni dei Radiohead: bellissime, lucidissime, dolorosamente vere. Ma incapaci, da sole, di fermare il rumore della macchina.


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