Marche

il nostro governo non si è mai fatto vivo»


ANCONA «Mi costringevano a camminare con la testa raso terra, trascinandomi come si porta a spasso un cane. I soldati mi facevano sfilare un coltello davanti alla faccia. Dicevano: “Sai cosa ti faremo con questo? La prossima stanza in cui entrerai sarà quella dove ti ammazzeremo. Ci hanno riempito di botte, a un certo punto mi sembrava di non riuscire più a respirare. Oggi a Torrette ho scoperto perché: avevo diverse costole rotte». Ha la voce rotta ed esausta Marco Montenovi, il regista indipendente anconetano che, insieme ai senigalliesi Vittorio Sergi e Maurizio Menghini, era a bordo della Global Sumud Flotilla.

L’orrore

La loro imbarcazione, la Cactus, era tra le prime del fronte Est della flotta diretta verso Gaza, quando è stata intercettata dalla Marina israeliana, la mattina del 18 maggio. «Da lì è iniziato l’incubo», spiegano i due. Le prime 48 ore le hanno trascorse su quella che descrivono come una nave prigione: una vecchia imbarcazione militare trasformata in campo di detenzione, con container di metallo vuoti in cui dormire e circa 250 persone stipate in cento metri quadrati. Poi il trasferimento ad Ashdod, dove è iniziato quello che Sergi chiama «una Bolzaneto israeliana». «Ad ogni passaggio, tra perquisizioni e interrogatori, potevi essere colpito impunemente dai militari», spiega il professore.

Il carcere

Dal porto di Ashdod gli attivisti sono stati trasferiti nel carcere di Ketziot, nel deserto del Negev, dove sono detenuti circa un migliaio di prigionieri palestinesi. «Noi non li abbiamo incontrati, ma quello che abbiamo vissuto è un piccolo assaggio della loro quotidianità». Lì sono stati liberati e poi imbarcati verso la Turchia, nel pomeriggio di giovedì. «La cosa peggiore è che per tutta la detenzione nessun rappresentante del governo italiano si è fatto vivo, ad Ashdod il console non è mai arrivato. Io non mi sento più italiano», è la sentenza di Montenovi. Ieri mattina Sergi era a Senigallia e ha incontrato per caso una delegazione di Fratelli d’Italia, tra cui il consigliere regionale Corrado Canafoglia. «Gli ho chiesto conto del fatto che il governo non avesse denunciato quello che stava accadendo. Lui mi ha risposto che ero andato a spendere i soldi dell’Italia, che erano solo menzogne e che non eravamo stati vittime di tortura». Canafoglia ha negato questa ricostruzione: «Abbiamo sentito questo signore urlare contro di noi mentre stavamo facendo il sopralluogo al ponte Garibaldi. Ha iniziato a insultarci dire che eravamo responsabili del genocidio in Palestina, così gli abbiamo detto di andarsene».




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