Piemonte

Perché la salamandrina di Savi non deve scomparire

Perché la salamandrina di Savi non deve scomparire

La Salamandrina perspicillata, endemica esclusiva della penisola italiana, èp attualmente considerata una specie in pericolo. Una circostanza che non lascia spazio all’indifferenza e che impone di agire, con urgenza, ovunque la specie sia ancora presente.

Un patrimonio evolutivo senza equivalenti

La salamandrina di Savi o salamandrina dagli occhiali settentrionale (all’anagrafe scientifica Salamandrina perspicillata) ben riconoscibile per le macchie giallastre sul capo che ricordano (come dice il nome comune) un paio di occhiali e per il ventre rosso fiammante esibito come segnale di difesa, è certamente uno dei vertebrati più peculiari d’Italia. Insieme alla congenerica S. terdigitata, costituisce una linea filetica isolatasi dal resto delle salamandre già in epoca terziaria, prima che le glaciazioni rimodellassero il volto dell’Europa. Di fatto sono i due soli vertebrati la cui specie vive esclusivamente entro i confini nazionali: un patrimonio di biodiversità senza equivalenti nel continente che ci rende chiaramente oltremodo orgogliosi.

Dal punto di vista sistematico e tassonomico, il genere Salamandrina occupa una posizione isolata all’interno della famiglia Salamandridae, tanto da essere collocato addirittura nella sottofamiglia monogenerica Salamandrinae. Le due specie sono state definitivamente separate nel 2005 sulla base di studi genetici e morfologici: S. perspicillata occupa la porzione settentrionale e centrale dell’Appennino, mentre S. terdigitata è distribuita più a meridione. Per entrambe le specie sono quattro dita sulle zampe, anziché cinque come nella buona maggioranza degli urodeli e completano il profilo di un animale che sembra uscito da un’altra epoca geologica.

Abbiamo già parlato in precedenza su questa rubrica delle due salamandrine; qui ricordiamo, ancora una volta, l’eccezionale comportamento antipredatorio tra i più affascinanti (e unici) tra gli anfibi europei. Quando la salamandrina si sente minacciata, si inarca, solleva la coda e mostra il ventre rosso acceso: un segnale di avvertimento (aposematico) che comunica la presenza di sostanze cutanee tossiche al predatore. È un gesto antico, iscritto nel repertorio comportamentale della specie da milioni di anni, e che ancora oggi funziona egregiamente nei boschi appenninici.

Endangered, cosa significa e perché preoccupa

La classificazione conservazionistica della salamandrina di Savi come “Endangered” (In Pericolo) da parte dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), lista rossa aggiornata nel 2022, riflette una situazione preoccupante che i dati di campo confermano con chiarezza. La categoria EN indica in particolare che la specie corre un elevato rischio di estinzione in natura se i fattori che ne minacciano la sopravvivenza continueranno ad agire. E’ un segnale d’allarme che la comunità scientifica non può permettersi di ignorare.

I fattori di minaccia per la salamandrina sono molteplici. Tra questi la frammentazione delle popolazioni, separate sempre di più da matrici agricole e da infrastrutture che la specie non è in grado di attraversare, riduce la variabilità genetica e aumenta il rischio di estinzione locale per eventi stocastici. Oltre a ciò la perdita e il degrado degli habitat riproduttivi – i piccoli ruscelli perenni immersi in boschi maturi, con acque limpide e ben ossigenate – è forse la minaccia più immediata: la cementificazione degli alvei, la captazione abusiva delle sorgenti e la pulizia meccanica dei torrenti eliminano in poche ore ciò che la salamandrina impiega decenni a colonizzare.

A questi fattori si aggiungono le pressioni legate ai cambiamenti climatici, che alterano il regime idrologico dei corsi d’acqua, in particolare quelli collinari e montani: estati sempre più calde riducono la portata dei ruscelli proprio nel periodo in cui le larve completano lo sviluppo. La diffusione di specie ittiche alloctone (trote in primo luogo) nei torrenti dove un tempo la salamandrina era al sicuro rappresenta un ulteriore fattore di mortalità, soprattutto per le uova e le larve acquatiche. Infine, la chitridiomicosi, la ben nota e nefasta malattia causata dal fungo microscopico Batrachochytrium dendrobatidis detto Bd, è stata documentata in popolazioni appenniniche: un rischio che non può essere sottovalutato. Resta infine il rischio, sempre sospeso come la famosa “spada di Damocle”, dell’altro chitridio, il cosiddetto Bsal, vale a dire B. salamandrivorans, che attacca solo gli urodeli ed è un vero e proprio flagello. Dovesse arrivare in Italia, come è potenzialmente previsto dall’IUCN, potrebbe comportare alla scomparsa di molte delle nostre endemiche, comprese le salamandrine.

Distribuzione, cosa sappiamo e cosa ancora manca

Salamandrina perspicillata è distribuita lungo l’Appennino settentrionale e centrale, dal confine con la Liguria fino alla Campania meridionale, con popolazioni più abbondanti sul versante tirrenico. A sud compare invece la specie S. terdigitata.

La distribuzione reale della salamandrina di Savi è però ancora poco nota, e i dati di presenza continuano ad aggiornarsi grazie al lavoro di ricercatori e naturalisti sul campo. Tra le segnalazioni di maggiore interesse degli ultimi anni figura quella in provincia di Savona, dove la specie è stata rinvenuta in ambienti collinari liguri. Un dato prezioso, che sposta verso ovest il limite distributivo noto della specie e ricorda che ogni popolazione periferica – spesso la più isolata, la più vulnerabile – merita attenzione e tutela specifica. Le aree marginali dell’areale sono spesso quelle che ospitano la maggiore variabilità genetica e che, in prospettiva, potrebbero rivelarsi cruciali per la sopravvivenza a lungo termine della specie.

Il coinvolgimento delle comunità locali ha permesso negli ultimi anni di aggiornare la mappa distributiva della specie, segnalando presenze in aree precedentemente ritenute vuote. L’approccio sistematico al rilevamento faunistico (fatto di ipotesi, indizi e verifiche puntuali sul campo) si rivela qui non solo stimolante, ma concretamente indispensabile alla conservazione.

Che cosa fare per la conservazione

Conservare S. perspicillata richiede interventi su più livelli. Il livello più urgente è la protezione degli habitat riproduttivi: ogni ruscello perenne in ambiente forestale che ospita una popolazione deve essere considerato un sito prioritario, da escludere da qualsiasi intervento di pulizia meccanica dell’alveo, da captazioni idriche e dall’immissione di pesci. Un ulteriore livello riguarda il monitoraggio. Le popolazioni note devono essere censite con regolarità, utilizzando protocolli che permettano di rilevare tendenze demografiche nel tempo. Le aree con dati storici ma privi di conferme recenti devono essere sistematicamente rivisitate. Infine, un livello estremamente importante è quello della sensibilizzazione. La salamandrina di Savi è una specie carismatica, visivamente attraente, con una biologia affascinante: ha tutte le qualità per diventare un simbolo della conservazione degli ambienti forestali appenninici. Raccontarla, fotografarla, includerla nei programmi di educazione ambientale può contribuire a creare quella rete di attenzione locale senza la quale nessun piano di conservazione regge nel tempo.

Tuttavia, le recenti scoperte scientifiche impongono un cambio di paradigma: le strategie di conservazione non possono più limitarsi a proteggere la specie nel suo insieme. Perdere una popolazione in Liguria o nel Lazio non significa solo perdere un nucleo locale, ma cancellare per sempre un’intera linea evolutiva con un corredo genetico unico e irripetibile. Il monitoraggio deve quindi diventare sempre più standardizzato. Le aree con dati storici ma privi di conferme recenti dovrebbero essere sistematicamente rivisitate. In questo ambito, sarebbe opportuno e scientificamente stimolante lanciare un progetto nazionale di conservazione dedicato specificamente agli urodeli endemici italiani, con S. perspicillata e S. terdigitata come specie focali.

In questo contesto, sarebbe quanto mai opportuno e scientificamente stimolante lanciare un progetto di conservazione dedicato specificamente agli urodeli endemici italiani, con S. perspicillata e S. terdigitata come specie focali. Un programma del genere potrebbe riunire istituzioni scientifiche, enti parco, associazioni naturalistiche e cittadini in una rete coordinata di monitoraggio e tutela, capace di operare su scala nazionale mantenendo una forte radicazione territoriale. Un programma di questo tipo potrebbe riunire istituzioni scientifiche, enti parco, associazioni naturalistiche e cittadini in una rete coordinata capace di operare su tre assi principali: il primo riguarda il censimento aggiornato e sistematico delle popolazioni note, con protocolli che permettano confronti nel tempo e tra siti diversi. Il secondo comprende la ricerca attiva di nuove popolazioni nelle aree di potenziale presenza ancora non indagate. Il terzo è l’analisi genetica delle popolazioni, per valutarne la diversità, identificare le unità evolutive significative e orientare le priorità di intervento.

Sul versante applicativo, infine, il progetto dovrebbe essere promosso tramite accordi con i gestori del territorio (comuni, consorzi forestali, consorzi di bonifica) per l’adozione di pratiche compatibili con la presenza della salamandrina di Savi lungo i corsi d’acqua. Sarebbe infine utile sviluppare, come sempre, un programma di educazione ambientale rivolto alle scuole dei territori interessati, trasformando questo piccolo urodelo in un ambasciatore della biodiversità appenninica.

 

* Franco Andreone è Conservatore di Zoologia al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, membro del gruppo di coordinamento dell’ IUCN/SSC Amphibian Specialist Group, Co-Editor di FrogLog e Co-Chair di IUCN/SSC Italia.

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