Flotilla, il portuale simbolo della lotta per Gaza: “L’unica strada fermare i container di Israele”
«Quelli sparano su cittadini inermi in acque internazionali e neanche si riempiono più le piazze, è chiaro che è arrivato il momento di fare altro». Si sfoga e insieme rilancia, Riccardo Rudino, professione portuale, indicando con il suo «quelli» la marina militare israeliana che nelle ultime ore ha assaltato le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla dirette verso Gaza, e poi sottoposto gli attivisti fermati a derisioni e umiliazioni in diretta social.
Il “camallo” del Calp, il collettivo degli autonomi del porto di Genova, in estate era diventato il volto simbolo della mobilitazione che aveva accompagnato a salpare le prime barche della scorsa Flotilla, lanciando la sfida dello sciopero generale e l’appello a bloccare il paese per sostenere la missione. Ora ci riprova con un appello rivolto a sindacati, politica, lavoratori. «Se davvero tengono alla causa e alla vita dei palestinesi, contribuiscano a un boicottaggio selettivo delle merce di e per Israele: si può fare, ed è l’unico modo per ottenere risultati più di ogni manifestazione o fumogeno di protesta».

In che senso, Rudino: le piazze non servono più? Dice questo?
«Servono ma non bastano. Possiamo prepararne cento, di giornate di lotta e mobilitazione, essere pochi come in questi giorni o tantissimi, ma faremo la differenza solo se tutti insieme si lavora a un vero blocco economico e politico dei rapporti con Israele».
Però viene da chiedersi cosa sia successo alle piazze dell’autunno. Dopo le manifestazioni oceaniche di allora, oggi si fatica a portare mille persone in presidio.
«Temo che tante persone abbiano iniziato ad assuefarsi: viviamo in un mondo in cui finisce per abituare tutto, persino i genocidi e le guerre. Anche l’effetto Flotilla è evidente stai scemando, nonostante tutto. È surreale, ma è così. C’entrano solo in parte i modi con cui vengono raccontate le cose, i silenzi delle istituzioni internazionali o i timori nei confronti dei decreti sicurezza, anche se è chiaro che questo governo ha fatto di tutto per evitare che la gente vada in piazza».
Genova, l’intervento del portuale: “Se toccano la Global Sumud Flotilla, blocchiamo tutta l’Europa”

Certificano la fine di quello che sembrava potesse diventare, forse ritornare un movimento, le piazze per Gaza tornate piccole?
«Secondo me no, anche perché l’onda lunga di quelle piazze ha portato risultati. Penso alla mobilitazione per la campagna referendaria sulla riforma della giustizia, a tutti i giovani che sono andati a votare per salvare la Costituzione, a una partecipazione che ha dato una sterzata alla politica nazionale e ha preso forma già nelle piazze per la Flotilla. A tutte queste persone servono però obiettivi praticabili, idee chiare, esempi concreti, e pure delle vittorie. Se no diventa dura, tenerle vive, le proteste».
Salpa la Global Flotilla, a Genova sfilano in 40mila: “La fame di Gaza ha risvegliato le persone”

In che senso?
«L’importante è non dire una cosa e fare altro, azioni e soluzioni bisogna annunciarle e praticarle. In estate è arrivato una richiesta di aiuto ed è partita la corsa a raccogliere beni di prima di necessità, per cui si è attivato un paese intero: gran parte di quella raccolta viveri ora è ferma con la spedizione di Music for Peace a cui non viene permesso di entrare a Gaza, e dovrebbe bastare questo per riempire le strade. Poi abbiamo detto blocchiamo tutto, e abbiamo bloccato i porti del paese. Abbiamo detto e fatto».
E ora? Che fare?
«E ora vorrei che facessero qualcosa tutti quelli che ci hanno appoggiato quando abbiamo detto che non avrebbe dovuto passare nemmeno un chiodo dai nostri porti, se legato alla guerra e alle porcate che Israele continua a fare in Palestina, a Gaza, in Cisgiordania. Sindacati, lavoratori, anche politici».
Cosa pensa serva, ora, per ottenere risultati per la causa palestinese e combattere contro la deriva bellicista nel mondo?
«Due cose su tutte, almeno per quanto riguarda Genova, che rimane uno dei porti principali del Mediterraneo. La messa a terra dell’osservatorio contro i passaggi nei porti degli armamenti, che abbiamo chiesto nel nome della legge che vieta il commercio con i paesi in guerra, e il boicottaggio selettivo di tutte le merci da e per Israele. Possiamo essere 20 o 20mila in piazza, accendere tutti i fumogeni che abbiamo, bloccare tutte le strade che vogliamo, ma senza un embargo commerciale da praticare realmente non bastano: rischiamo solo di perdere tempo».
Come si può fare, nel concreto, questo boicottaggio?
«Israele è un paese piccolo, importa quasi tutto e esporta molto poco. Controlla compagnie molto grosse, come la Zim, ma movimenta poco. Su un carico di una grande nave da 15mila contenitori, a spanne, ne sono destinati ai porti israeliani 50, 100, non di più. Slot che sarebbe molto semplice individuare, e decidere di non trattare. Si sa quali contenitori non toccare, si scaricano gli altri, si lavora su tutto il resto del carico, e quando rimangono quelli da bloccare si incrociano le braccia».


Chi e come potrebbe realizzarlo, nel concreto, questo boicottaggio?
«Basterebbe sedersi al tavolo tra sindacati, con i rappresentanti di Cgil e Usb in particolare, ma anche con Cisl e Uil, e lanciare la proposta. Tra rsu, dirigenti, capiturno, camalli della Compagnia Unica, è pieno di persone che condividono l’indignazione per quello che succede a Gaza e in mare alle barche della Flotilla. A Genova poi i contenitori da boicottare si individuano con facilità, arrivano più che altro su due terminal, sul Sech Vte e su Spinelli. Però ci deve stare anche chi ha già detto da che parte sta, magari in qualche forma anche il Comune».
Come pensa potrebbero reagire, i terminalisti del porto di Genova, in una città in cui i rapporti con l’amministrazione sono già abbastanza tesi? Non rischia di diventare un danno economico, per loro e per il porto, un boicottaggio del genere?
«Stronzate. I terminalisti reagirebbero male, parlando di danno economico per loro e per la città, ma non sarebbe vero. I privati del porto difendono solo i loro interessi, come fanno quando fanno pressioni perché non si vari l’osservatorio contro i traffici di armi incaricato di vigilare sulle distinte di carico delle navi, o come quando fanno ricorso contro 3 euro di tassa sugli imbarchi, una misura sacrosanta che si applica in tutto il mondo. Ma i traffici da e per Israele varranno lo 0,001 per cento, per il porto di Genova: economicamente è il nulla, politicamente invece vale tantissimo».
Può portare traffici in altri porti lontano da Genova, però, un eventuale boicottaggio?
«E dove? A Livorno, dove i portuali sono arrabbiati come noi? Se il sindacato unito si impegna per un reale boicottaggio economico per Israele, i lavoratori dei porti la pensano tutti allo stesso modo. A Genova, a Ravenna, a Ancona, Livorno, al Pireo e in Turchia, a Marsiglia e Barcellona».
Il portuale che ha lanciato lo sciopero per Gaza: “Le piazze non bastano, serve la politica”

A cosa pensa possa portare, un boicottaggio del genere, in una fase geopoliticamente tanto complessa?
«Io ogni volta ricordo che quello che ha fermato l’apartheid in Sudafrica non sono state soltanto le centinaia, le migliaia di dimostrazioni di popolo in giro per il mondo, ma il blocco economico e commerciale degli altri paesi. Sembrava impossibile, ma le sanzioni e il blocco commerciale ha portato alla liberazione di Mandela, alle elezioni, a cambiare radicalmente un paese. Israele è un paese che si è chiuso ancora di più in sé stesso, solo con azioni di questo tipo può ritornare in sé».
Source link


