Kore-eda, il cinema invisibile: quattro capolavori che l’Italia non ha mai visto
Si dice che i vincitori si riconoscono alla partenza, ma per il suo caso magari sarebbe stato opportuno sottoporre i vari distributori nostrani passati per le principali manifestazioni cinematografiche europee a una scrupolosa visita optometrica.
Incredibile a dirsi, ma per lo spettatore italiano non avvezzo a rassegne, nottate insonni su Fuori Orario e abbonamenti a piattaforme internazionali, metà della filmografia di Hirokazu Kore-eda resta tutt’oggi inedita. A iniziare a colmare il vuoto fu la BiM, incoraggiata dal Premio della Giuria conquistato da “Father and Son” a Cannes nel 2013, effettivamente uno dei capitoli più accessibili e rappresentativi del corpus del cineasta nipponico più acclamato di questi anni, anzi, con tutta probabilità l’ideale punto di ingresso per chiunque intenda approcciare la sua produzione: praticamente un catalogo della sua poetica e dei suoi temi-cardine, dalle sfaccettature del rapporto genitori-figli – biologici e non – al valore della quotidianità come collante affettivo, dal peso delle aspettative di un Paese suddiviso per gerarchie sottili ma insuperabili all’infanzia come esempio assoluto di resilienza.
Quello che mancava: quasi vent’anni di vuoto
Quanto venuto dopo si sarebbe mosso sulle stesse coordinate, dalla sua prima incursione in un universo tutto femminile di “Little Sister” (2015), con l’immediata intesa che si instaura fra tre giovani donne e la sorellastra adolescente conosciuta in occasione della morte del padre, al sistema di espedienti, di bugie e di cialtronerie – degna del Walter Chiari de “Il giovedì” (1964) – dell’incorreggibile ma affettuoso papà divorziato di “Ritratto di famiglia con tempesta” (2016), dalla fitta rete di finte parentele che unisce la comitiva di disperati ladruncoli di “Un affare di famiglia” (2018), il coronamento della sua carriera, che gli fruttò, alla sua quinta partecipazione in Croisette, una sospirata Palma d’Oro, alla trasferta in terra coreana del suo film gemello “Le buone stelle – Broker” (2022), con uno strepitoso Song Kang-ho a incassare con pieno merito il Prix d’interpretation masculine; decisamente meno felici e più sfocate le sue sporadiche sortite fuori dal seminato, nello specifico il tedioso thriller giudiziario “Il terzo omicidio” (2017), davvero lontano dalle sue corde, e ancor più la spaesata vacanza europea de “Le verità” (2019), nonostante una coppia di protagoniste da sogno come Catherine Deneuve e Juliette Binoche, per la prima (e finora unica) volta insieme sullo schermo.
A mancare all’appello, come si diceva in apertura, una porzione assai consistente del suo lavoro, quasi vent’anni di attività di cui la BiM, a cominciare da oggi, riunisce nella mini-rassegna “Riflessi nell’invisibile” e mette finalmente a disposizione del pubblico delle nostre sale un poker di titoli imprescindibili per definire la crescita di Kore-eda da clamorosa promessa ad autore consolidato.
Maborosi (1995): un esordio già capolavoro
Impossibile non partire dall’esordio di “Maborosi” (1995), trasposizione dell’omonima novella di Teru Miyamoto che presentava una voce sensibilmente differente rispetto a quella che sarebbe emersa dalle opere successive, vicina alla laconicità di Hou Hsiao-Hsien e all’esplorazione psicologica di Mikio Naruse, ma già capace di inoltrarsi nel campo minato del coinvolgimento emotivo senza mai scadere nella retorica: la lenta, irrisolvibile elaborazione del lutto della giovane vedova Yumiko è l’antidoto perfetto a tutta la pornografia del dolore di questo mondo, una vita irrisolta come tante descritta nel suo impenetrabile silenzio e nei suoi tentativi di mantenere il contatto con una realtà fattasi fragilissima. Un dramma immensamente malinconico, già pienamente maturo e a tratti stupefacente, ancora adesso tra i risultati più alti del regista, forse addirittura il suo vertice imbattuto sul piano prettamente formale, tra gli strazianti contributi musicali di Chen Ming-chang – storico collaboratore di Hou, non a caso – e la cupa, contemplativa fotografia di Masao Nakabori, premiata con un’Osella alla Mostra di Venezia.
Arduo replicare un debutto così potente, e in effetti i film immediatamente successivi segnarono un inevitabile passo indietro: “After Life” (1998), che chiuderà la retrospettiva tra il 29 giugno e il 1° luglio, sfociava invece in territori misticheggianti, con la sua stazione di transito a metà fra il mondo dei vivi e quello dei morti, una sorta di limbo burocratizzato in cui le anime dei defunti sono chiamate a selezionare un singolo ricordo della loro esistenza terrena, a ricrearlo e a filmarlo con l’ausilio di un gruppo di “operatori celesti” e a portarlo con sé nell’eternità. Uno spunto affascinante, sulla carta, anche se non proprio inedito, su cui il pesante impianto allegorico, tra generiche considerazioni sul ruolo della memoria e ovvie derive metacinematografiche, finisce per prendere il sopravvento: se sul piano della messa in scena Kore-eda aveva già dimostrato una piena consapevolezza del mezzo, su quello della scrittura c’erano ancora molti aspetti da sistemare, e da questa sua prima di una lunga serie di sceneggiature originali si sarebbero fatti presto molti passi in avanti.
Nobody Knows (2004): lo sguardo più coraggioso
Se infatti “Distance” (2001), che concluse questa ipotetica “trilogia sulla morte” ispirandosi molto alla lontana ai meccanismi della setta Aum Shinrikyō e al percorso di accettazione dei familiari dei responsabili delle loro azioni terroristiche, era in tutto e per tutto una pellicola di transizione, non si può certo dire lo stesso degli altri due film che completano il ciclo.
“Nobody Knows” (2004) – in programmazione dal 25 al 27 maggio – si poneva su binari più naturalistici e meno astratti, illustrando in tutto il suo crudo realismo una vicenda di abbandono infantile e di degrado sociale: si rimane sgomenti a vedere l’atmosfera di progressiva incuria, negligenza e lordura in cui scivolano i quattro bambini protagonisti lasciati completamente a loro stessi da una madre indifferente e del tutto assente, e per quanto si respiri autentica angoscia e la visione possa rischiare di farsi insostenibile, non c’è mai alcuna forma di ricatto o di giudizio morale, ma solo uno sguardo partecipe e infinitamente sensibile su una tragedia di tutti i giorni, che non esclude timidi bagliori di speranza e fa affezionare come pochi ai suoi personaggi, su tutti il capofamiglia improvvisato interpretato dal 14enne Yūya Yagira, che sarebbe passato alla storia come il più giovane attore mai premiato al Festival di Cannes.
E se la storia di samurai “Hana” (2006), sua unica fatica in costume, non può considerarsi molto di più di un esperimento maldestro, è con il lungometraggio successivo che si arrivò al capolavoro: «la cosa più simile al paradiso che io abbia mai incontrato – dichiarò una volta Wim Wenders – sono i film di Yasujirō Ozu», e se c’è mai stata una circostanza in cui l’opera di Kore-eda si è concretamente avvicinata alla perfezione del maestro di “Viaggio a Tokyo”, troppo spesso e un po’ a casaccio indicato come suo modello di riferimento, quella è stata “Still Walking” (2008), e per tre giorni, dal 15 al 17 giugno, ci si potrà rendere conto di quanto la grandezza del cinema di Kore-eda risieda soprattutto nella sua essenzialità e nella sua capacità di ricavare le riflessioni più profonde dai contesti più banali.
Cannes e oltre: cosa aspettarsi dal futuro del maestro
Una riunione di famiglia articolata nell’arco di neanche 24 ore e dedicata all’annuale e ormai consuetudinaria commemorazione del primogenito tragicamente scomparso è tutto quello che serve per scoperchiare, ancorché con gentilezza, un vaso di Pandora di risentimenti, recriminazioni, aspettative tradite, piccole crudeltà, delusioni irrisolte e difficoltà di comunicazione che coinvolge padri, madri, figli e fratelli, presenze e assenze, legami di sangue e rapporti acquisiti: semplice e meraviglioso, scritto con inusitata finezza e ammantato da una grazia e da una dolcezza senza pari, è il punto più alto mai raggiunto dal regista e – ci si può scommettere – il nuovo tesoro da custodire per i suoi ammiratori ancora all’oscuro della prima preziosissima fase della sua carriera.
Un appuntamento irrinunciabile, dunque, in attesa che arrivino da Cannes la meditazione fantascientifica di “Sheep in the Box” e, in autunno, l’adattamento del manga “Look back”, due progetti diversissimi da cui traspare già dal soggetto l’impronta riconoscibile di uno degli autori più coerenti e inconfondibili dei nostri tempi.
Source link




