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Flotilla, le barche sono in acque internazionali: “Li porteremo in prigioni galleggianti”

La Flotilla ha annunciato di trovarsi in queste ore in acque internazionali: uscita dalla Turchia, la compagine sta navigando in mare aperto. “Non possiamo sapere cosa succederà né come e quando l’entità sionista sceglierà di tentare di bloccarci”, scrivono oggi dalla Flotilla, ipotizzando che Israele possa a breve intervenire sulle barche, che potrebbero fare rotta per Cipro prima di dirigersi verso Gaza. “Noi andiamo avanti, perché a Gaza continuano a cadere le bombe e a non entrare gli aiuti umanitari sufficienti per la popolazione, cosa di cui dovrebbe occuparsi la forza occupante che invece continua a violare ogni norma del diritto internazionale. Flotilla di terra, restiamo in ascolto e mobilitiamoci”, scrivono ancora. L’Italia ha raccolto l’appello e domani sarà sciopero generale indetto dall’Usb.

Nel frattempo Israele si sta comunque organizzando nella prospettiva che nei prossimi giorni le barche possano avvicinarsi al confine delle acque controllate da Israele. “Prenderemo il controllo e li porteremo in una prigione galleggiante”, avrebbe dichiarato un funzionario israeliano al quotidiano Ynet, aggiungendo: “Ci aspettiamo che questa volta siano più violenti del solito. Prevediamo che opporranno resistenza, forse anche usando coltelli”. Al momento, di questo, non ci sono evidenze: gli attivisti hanno sempre rivendicato l’aspetto pacifista della propria missione e respinto al mittente qualunque accusa. A onor del vero, fino a questo momento, nelle ultime due missioni non si sono verificate tensioni e, quando le forze speciali hanno abbordato le imbarcazioni, gli attivisti si sono consegnati passivamente. Questo non significa che la situazione non possa cambiare o che Israele non abbia avuto segnali opposti.

Nel frattempo continuano a piovere provocazioni degli attivisti nei confronti dell’Europa, del governo Usa e di quello italiano, oltre a quello israeliano. In un post, infatti, la Flotilla ha mandato letteralmente a quel Paese, per usare un eufemismo, Giorgia Meloni, Benjamin Netanyahu, Donald Trump e Ursula von der Leyen. E in un altro, in un certo senso, “minacciano” i governi e i politici: “Stiamo navigando contro una macchina propagandistica che prova a trasformare la solidarietà di civili, medici, volontari e giornalisti in una minaccia, per giustificare ancora una volta la violenza contro chi vuole rompere un assedio illegale.

Abbiamo già intimato formalmente alla comunità internazionale di intervenire, perché nessuno possa dire ‘non sapevamo’. Se le nostre navi e le persone dell’equipaggio verranno attaccate, sequestrate o abbordate, tutto sarà documentato. Ogni volto, ogni ordine, ogni responsabilità”.


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