Hollywood si arrende all’IA? La frase di Demi Moore a Cannes 2026 scatena una bufera online
Seduta al tavolo della giuria del Festival di Cannes 2026, Demi Moore ha pronunciato una frase destinata a far discutere: “L’intelligenza artificiale è qui. Combatterla significa ingaggiare una battaglia che perderemo. Trovare modi per lavorarci insieme è la strada più preziosa da percorrere“. E, come prevedibile, la reazione sui social è stata immediata e feroce: accuse di tradimento, di non comprendere il pericolo che l’AI rappresenta per la comunità creativa. Eppure, passeggiando tra i padiglioni del mercato cinematografico sulla Croisette, le parole di Moore sembrano fotografare una realtà già in atto.
Difatti quest’anno il festival ha segnato una svolta, con l’intelligenza artificiale che non è più il nemico da nascondere, ma uno strumento da esibire ed utilizzare in modo intelligente. Al mercato di Cannes sono stati presentati diversi progetti che non solo ammettono l’uso dell’AI, ma ne fanno un punto di forza commerciale. Critterz, un film d’animazione per famiglie dello studio AGC di Stuart Ford, si autodefinisce “guidato dall’uomo ma assistito dall’AI“. C’è “Paradise Lost“, adattamento del poema di John Milton firmato da Roger Avery, co-sceneggiatore di Pulp Fiction. E poi “Bitcoin“, thriller con Gal Gadot, Casey Affleck e Pete Davidson, diretto da Doug Liman, mente dietro The Bourne Identity.
Quest’ultimo progetto è prodotto da Ryan Kavanaugh, il controverso fondatore di Relativity Media, che a Cannes promuove la sua nuova avventura imprenditoriale: Acme AI & FX, società che promette ai registi “flussi di lavoro assistiti dall’AI” e “sviluppo di immagini in tempo reale“. Un veterano del settore vendite riassume il cambio di paradigma con efficacia: “Un anno fa alcuni usavano l’AI, ma si vergognavano ad ammetterlo. Quest’anno non si nascondono nemmeno più“.
La differenza rispetto alle edizioni passate di Cannes, Sundance e altri festival è a dir poco stridente. Infatti fino a poco tempo fa, l’intelligenza artificiale veniva dipinta come un agente di distruzione: la minaccia che avrebbe sostituito attori con personaggi virtuali come Tilly Norwood, l’attrice digitale che ha fatto discutere al summit di Zurigo nel 2025. È pressoché certo che l’AI ridurrà drasticamente i posti di lavoro nell’animazione, negli effetti visivi, tra i lettori di sceneggiature. Quei tagli, del resto, sono già iniziati.
Ma sta emergendo una consapevolezza diversa: meglio trovare un modo per proteggere il materiale protetto da copyright e garantire che attori e creativi vengano compensati quando le loro voci e sembianze vengono utilizzate dalle aziende tecnologiche. Matthew McConaughey ha fatto registrare otto marchi commerciali al suo team legale, tutti approvati dall’Ufficio brevetti e marchi degli Stati Uniti nel 2025. “Io e il mio team vogliamo sapere che quando la mia voce o la mia immagine vengono usate, è perché ho approvato e firmato“, ha dichiarato McConaughey. “Vogliamo creare un perimetro chiaro intorno alla proprietà, con consenso e attribuzione come norma in un mondo dominato dall’AI“.
Durante gli eventi di settore che si sono susseguiti al festival, executive, produttori e talenti creativi hanno amplificato il messaggio di Moore: resistere è sostanzialmente inutile. Molti vedono nell’AI un’opportunità per portare sullo schermo film che sarebbero stati considerati troppo costosi o rischiosi. Laura Lewis, CEO e fondatrice di Rebelle Media, lo ha spiegato con pragmatismo durante un panel sul cinema statunitense: “Da produttrice, la vedo come uno strumento tra gli altri. Se crea efficienza, se ci permette di realizzare qualcosa che non potremmo fare perché il budget non scende abbastanza, è utile“.
Kent Sanderson, a capo di Bleecker Street, ha spinto il ragionamento ancora oltre. L’AI non si limiterà ad abbassare i costi di produzione, ma permetterà agli utenti di sfidare i grandi studio sul loro stesso terreno. “Non si può evitare il fatto che farà parte del nostro business“, ha detto Sanderson. “Abbasserà i costi di produzione e sì, probabilmente tra un paio d’anni sarai in grado di realizzare qualcosa che assomiglia a un film Marvel nella tua cantina“.
Ad ogni modo non tutti condividono questo ottimismo, con Thierry Frémaux, direttore del Festival di Cannes, ha espresso cautela nella conferenza stampa di apertura. “Dobbiamo stare in guardia, ma allo stesso tempo capirla un po’“, ha detto riferendosi all’intelligenza artificiale. “Quello che posso dire con certezza è che siamo dalla parte degli artisti, degli sceneggiatori, degli attori e dei doppiatori. Stiamo con tutti coloro il cui lavoro potrebbe essere impattato negativamente dall’intelligenza artificiale. Serve legislazione. Dobbiamo controllarla“.
È questo il cuore del dibattito che attraversa Cannes 2026: non si tratta più di chiedersi se l’AI entrerà nel cinema, ma bisognerà capire in che modo lo farà. Non più se la useremo, ma chi ne trarrà profitto e chi ne pagherà il prezzo. La cantina di Sanderson, dove tra due anni chiunque potrebbe girare il proprio kolossal, potrebbe rappresentare sia una cosa positiva che una minaccia. In attesa di vedere cosa accadrà al cinema, in rete si è già accesa la discussione, tra chi vuole l’Intelligenza Artificiale come un mezzo per rendere più democratico il cinema, e chi invece crede che sia sostanzialmente la morte dell’autorialità e della centralità dell’essere umano nella settima arte.
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