Timori e tremori
Evviva! Sono stato promosso! Sono ufficialmente entrato nella fase avanzata del Parkinson. È come avere finalmente quel posto fisso che molti desiderano; sono assunto per un lavoro che mi occuperà 24 ore al giorno per tutta la vita: sono un malato professionista.
Prima inghiottivo pillole a ripetizione, ora ho una siringa con relativa pompa che mi “infonde” (ho studiato, si dice così) il medicinale sotto la pelle. L’impatto con questa macchinetta sempre attaccata alla cintura, ogni giorno e ogni notte, è stato forte. Prima ero uno dei tanti ultrasessantenni con la scatoletta delle pillole sempre appresso; pillola più, pillola meno, ero nel mucchio e non ci facevo più caso. La macchinetta ora mi dice chiaro e tondo, per quanto essa sussurri sotto camicia e maglione, che non posso più stare senza una cura. Ancora non me ne faccio una ragione davvero: sono un malato a tempo pieno.
All’inizio avevo accettato la macchinetta solo per riuscire a dormire. È vero che la notte leggevo e producevo articoli, libri e canzoni, ma a esser sincero preferisco dormire qualche ora di più che diventare il più famoso sonnambulo della cultura. I primi giorni sono stati angoscianti, perché in ospedale era stato rifornito di una custodia a marsupio scomoda e voluminosa. Se prima non dormivo per mancanza di sonno, ora il sonno non mancava, ma a ogni movimento sentivo il marsupio e mi svegliavo arrabbiato. Poi una sacca più leggera e più comoda e un po’ di esperienza sulla posizione migliore mi hanno dato maggiore riposo, ma produco di meno. Sono ora un paziente provetto della fase avanzata.
Me ne accorgo perché c’è tutta una rete a me intorno – persone splendide – e tutti mi trattano con familiarità. Il dottore ora lo chiamo per nome, perché sappiamo che sarà amicizia di lunga durata e, in alcune fasi, anche dall’assidua frequentazione. Le persone oramai mi chiedono un parere su articoli e notizie lette sui social dall’ostetricia alla medicina: una laurea breve ad honorem se la meriterebbero diversi miei colleghi-pazienti.
Io mi sono fatto un’idea di come funzioni la mia malattia. Tutto parte e si sviluppa come una frattura interiore – prendete con le pinze ciò che qui scrivo, è comunque frutto di un cervello affamato di dopamina – che parte, o si rinfrange in modo immediato, a livello profondo, spirituale. Potrebbe essere deformazione professionale, ma credo che sia lì l’origine di molti squilibri. Non che ogni Parkinson dipenda da questo, o che chi non ne soffra ne sia invece esente del tutto, ma ogni indizio porta a pensare che il corpo e la psiche vivano in superficie il riflesso di quella che è una frattura profonda.
D’improvviso la parte destra – braccio, mano, gamba e piede – ha cominciato a vibrare; la parte sinistra invece no. Una parte di me non sa più il suo posto nel mondo, non ha più le coordinate di sé rispetto all’ambiente e la postura che da allora in certi momenti io assumo, per la rigidità dei movimenti, lo sguardo in basso e il volto per lo più inespressivo, sembra quello di chi non voglia farsi notare. Un impermeabile con il colletto rialzato e un paio di occhiali da sole, stile agente segreto di film dozzinali, aiuterebbero forse ad assumere una postura meno faticosa a tenersi. La parte sinistra se ne stava invece tranquilla all’inizio, ma da un po’ ha chiesto anch’essa di partecipare, sentendosi esclusa, e a volte vibro in modo che definirei armonico.
La psiche ha poi la sua personale frattura. Siano i farmaci, come dicono alcuni, o sia il progresso della malattia, ma dopo un poco mi invadono, inaspettati ed estranei a ciò che io ero, desideri improvvisi che devo solo aspettare che passino, perché sembrano al momento invincibili, ma solo in orari specifici. Non per saggezza d’età o per spiritualità più matura, ho di colpo perso interesse a ciò che più amavo, ma per il momento anche questo segue gli orari che il nuovo mio io ha scelto per sé. C’è una nuova persona di cui tener conto ogni giorno: non dico che sia una persona cattiva, ma non mi sta particolarmente simpatica.
È una spaccatura che viene da due attrazioni ugualmente potenti, o da due repulsioni; è difficile riuscire a distinguere. Tra Dio e il tuo io, tra satana e Dio, tra l’immagine di un te ideale e uno reale che si fronteggiano come vecchi nemici, tra peccato e vergogna, santità e successo nel mondo: si possono dare cento diverse letture. Si tratta pur sempre di una frattura. Che risalga ad Adamo o ai tuoi genitori, sia frutto di un sistema che Foucault con acutezza ha descritto o sia invece Marx a indicarti i veri colpevoli, non fa poi differenza e optare per una spiegazione che tutto comprenda è solo una scelta e non scienza sicura. La psicologia poi non aiuta, perché, in fondo, è solo un’interpretazione tra tante, con la quale fai uso di un linguaggio imposto da altri. Davvero, ci vuole qualcosa che vada più nel profondo.
Bisogna partire, mi dico, da un dato di fatto: quanto più prego, partecipo con devozione alla Messa e mi confesso con vero dolore, tanto più lievi si fanno i miei sintomi. Tanto più sto con Dio, tanto meno uso le dosi extra, a cui posso ricorrere secondo il bisogno. È questo che mi fa pensare che si tratti di una frattura tra Dio e il mio io, è questo che mi convince che in questa malattia in particolare, io vinco quando lascio vincere Dio.
Ipotizzo una nascosta ipocrisia personale, un nodo irrisolto, oppure la ribellione del mio io malato, che ama il peccato e si sente attaccato dalla potente presenza di Dio in me consacrato. Quello che mi è ora evidente è quanto sia brutto il peccato, se il Parkinson ne è un riflesso corporeo, solo la somatizzazione dello strappo dal proprio Creatore. Eppure io lo so, l’ho visto più volte in azione, che Dio può trasformare ogni male in un bene maggiore. L’esperienza della fragilità del peccato, della fragilità nel controllare la psiche, della fragilità del proprio corpo dolorante e ferito sono un’unica esperienza agli occhi di Dio: sono il campo dove la sua misericordia vince ogni guerra.
Quante cose ho capito di già, quante cose ho gustato di dolci e amare in questi pochi e relativamente leggeri anni di inizio della malattia… e mi aspettano ancora molti anni di studio, esperienza, timori e tremori!
Lo sport fa bene al fisico in modo evidente, sebbene rimangano ancora i tremori; coltivare le proprie passioni e approfondire i propri interessi fa bene alla psiche, ancora in modo evidente, sebbene rimangano angosce, paure e timori; ma anche preghiera e sacramenti sono toccasana allo spirito, fanno bene in modo evidente e lo dicono tutti. I bambini mi si avvicinano allegri, quando respiro in me la vicinanza di Dio.
Non sarà facile, ma non ci voglio pensare; «a ogni giorno basta la sua pena», ha detto Gesù, e lui di dolori e timori era sicuramente un esperto. Non voglio con questo dire che rinuncerò alla mia rabbia. Penso che neanche Dio lo vorrebbe: un suo figlio, sacerdote, rassegnato a un male, che è pur sempre un male anche ai suoi occhi divini, è un dolore che non voglio dare al mio Dio. Un consacrato che si piange addosso senza speranza, o si dibatte irrequieto nel senso di colpa, come fosse un eroe che si arrende al suo avverso destino, è uno spettacolo che suscita dolore e vergogna: spero di riuscire a tenermene fuori negli anni a venire, con l’aiuto di Dio.
Può uscirne del bene, se Dio mi accompagna. Ai santi il dolore ha dato beni tanto preziosi, che cominciavano a desiderare ogni male per poterne ricevere altri, ma per far questo – e io non ci sono arrivato – ci vogliono tante certezze acquisite e un enorme contributo da parte di Dio.
Devi infatti credere con certezza incrollabile che: Dio non ti ha condannato, rigettato, punito ed escluso una volta per sempre; che il dolore in cui ti trovi dipende dalla tua natura animale e dalle variazioni del genoma che fanno evolvere il corpo (ringrazia Darwin, pur con tutti i suoi errori!); che se c’è una colpa alla base, non è solo la tua, ma è quella che sta alla radice di ogni persona e a cui ciascuno appone la firma con i propri peccati; che se la colpa ci unisce, ancor più siamo uniti dalla consolazione di essere in comunione anche con Dio, insieme all’umanità tutta intera, quella sofferente in preghiera; e che tutto avrà un senso, quando sarà tutto passato. Devi credere che ci sia una vita diversa oltre la morte, nella quale, con gioia, potrai condividere ciò che, con dolore, in questa vita hai imparato.
«Il soffrire passa. L’aver sofferto non passa mai», ha scritto un secolo e mezzo fa Dostoevskij e ora, con un poco più di luce di ieri, comincio forse a comprenderne il senso.
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