Ambiente

il capitalismo trasformato e le sue ombre

Esattamente sei anni fa, in un mondo distratto e impaurito dai primi segnali della pandemia, moriva Jack Welch. Una notizia scivolata ai margini dell’attenzione, su cui forse in pochi si sono soffermati, anche successivamente, per riflettere su quanto il capitalismo debba o non debba ad una delle più celebrate icone del management.

Ci sono figure che non si limitano a guidare un’azienda, ma finiscono per riscrivere il clima morale di un’epoca. Welch è una di queste. Dal 1981 al 2001 non è stato soltanto l’amministratore delegato di General Electric: è stato il volto più riconoscibile di un capitalismo americano che stava cambiando pelle, velocità e ambizioni. David Gelles, nel suo durissimo The Man Who Broke Capitalism (2023, Simon&Schuster), ne fa il grande colpevole di una mutazione storica: meno industria, meno pazienza, meno comunità; più finanza, più ossessione per il valore in Borsa.

Quando Welch arriva al vertice di GE, l’America industriale usciva dagli anni Settanta con il fiato corto: inflazione, concorrenza giapponese, inefficienze strutturali, gigantismo burocratico. Il grande conglomerato novecentesco cominciava a sembrare un transatlantico troppo lento per i nuovi mari globali. Welch decise che non avrebbe voluto una fortezza galleggiante, ma una flotta di motoscafi. La metafora era sua, e coglieva qualcosa di preciso: la velocità stava diventando più importante della dimensione.

Questa visione si tradusse in scelte conseguenti. La più nota — e controversa — fu la regola secondo cui ogni business doveva essere numero uno o due nel proprio mercato, altrimenti andava venduto o chiuso. Non era una formula teorica: significava smontare un impero industriale pezzo per pezzo e ricostruirlo attorno alle aree più performanti. In pochi anni GE divenne più snella, più veloce, più redditizia: una macchina sofisticata di allocazione del capitale.

Qui entra in gioco la vera intuizione strategica di Welch, e anche il punto in cui la sua eredità si fa più ambigua: la finanziarizzazione. Con GE Capital, il gruppo si trasformò in un ibrido potentissimo tra industria e finanza. Negli anni Novanta, GE Capital arrivò a generare quasi la metà degli utili dell’intero gruppo: prestiti, leasing, assicurazioni, mutui commerciali. Era un modello straordinariamente redditizio finché i mercati erano favorevoli, ma costruito su una leva finanziaria che avrebbe reso il gruppo vulnerabile a qualsiasi inversione del ciclo (come quella del 2008). Il gruppo che Welch aveva portato a una capitalizzazione di 400 miliardi di dollari iniziò il lungo declino da cui non si è più ripreso.


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