Strategia Donald: favorire gli interessi ed evitare il conflitto
La visita di Donald Trump a Pechino rappresenta una delle prime traduzioni operative della visione strategica definita nella National Security Strategy (NSS 2025) e nella National Defense Strategy (NDS 2026): due documenti che sanciscono il consolidamento di una visione sempre meno ancorata al multilateralismo e sempre più orientata a logiche transazionali e nazionaliste.
La NSS 2025 individua come priorità centrale la riduzione della sovraestensione degli Stati Uniti, abbandonando l’idea di una presenza militare e politica capillare e concentrando invece risorse diplomatiche, economiche e tecnologiche sulla competizione con la Cina. In questa prospettiva, il viaggio a Pechino non rappresenta un tentativo di integrare la Cina in un ordine multilaterale, bensì la presa d’atto del suo status di principale antagonista sistemico.
A sua volta, la NDS 2026 definisce una gerarchia netta delle priorità del dipartimento della Difesa nella quale spicca l’esigenza di contenere la Cina, evitando tuttavia lo scivolamento verso un confronto militare diretto.
Sul piano politico-diplomatico, Trump si presenta a Pechino forte di un rafforzamento della sovranità interna e della modernizzazione dell’apparato nucleare. Il dialogo con Xi Jinping assume la funzione di canale privilegiato di gestione delle crisi con l’obiettivo, tanto implicito quanto prioritario, di impedire che la competizione strategica tra le due potenze degeneri in un conflitto non intenzionale. Posto che entrambi i nuovi documenti d’impostazione strategica attribuiscono inoltre un ruolo centrale alla dimensione industriale ed economica della sicurezza nazionale, la delegazione ufficiale statunitense giunge a Pechino accompagnata da figure di primo piano del capitalismo tecnologico e industriale nazionale, come Elon Musk e Tim Cook. In questo quadro, l’amministrazione Trump impiega la leva tariffaria per ottenere condizioni bilaterali più favorevoli, puntando parallelamente a consolidare il controllo sulle catene di approvvigionamento dei microchip avanzati e a prevenire eventuali restrizioni cinesi sulle esportazioni di terre rare, dinamiche che rispecchiano fedelmente le politiche di rafforzamento della capacità produttiva interna previste dalle nuove linee strategiche.
In un approccio che privilegia il calcolo degli interessi rispetto alla gestione normativa, la vulnerabilità energetica cinese emerge come la leva principale a disposizione di Washington, strumento militare a parte, perché la dipendenza della Cina dalle importazioni energetiche marittime dal Golfo Persico, e il ruolo dell’Iran come partner politico, definiscono un asse di interdipendenza particolarmente sensibile per Pechino.
In questo quadro, un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz si tradurrebbe in un vantaggio relativo per gli Stati Uniti, perché dotati di maggiore autonomia energetica e di una rete di approvvigionamento più diversificata, mentre la Cina resterebbe esposta ai limiti strutturali delle proprie riserve strategiche e alla pressione della propria domanda industriale. Gli effetti di un tale scenario si distribuirebbero peraltro in modo disomogeneo nel Pacifico occidentale.
Corea del Sud e Giappone, alleati consolidati degli Stati Uniti, storicamente orientati a preservare la propria autonomia strategica ed economica da qualsiasi forma di dipendenza da Pechino, dispongono di sistemi economici e infrastrutturali altamente avanzati e di una spiccata capacità di adattamento alle variazioni dei flussi energetici globali, con la possibilità di beneficiare di una riallocazione delle esportazioni energetiche statunitensi e latinoamericane. Ne deriva un equilibrio paradossale in cui la gestione dell’instabilità nello Stretto di Hormuz diventa funzionale a una pressione statunitense indiretta su Pechino: una tensione sufficientemente elevata da aumentare il costo strategico della dipendenza energetica cinese, ma al tempo stesso contenuta entro limiti tali da evitare una crisi sistemica dei mercati globali.
Per via del blocco dello Stretto di Hormuz, Trump arriva così a Pechino con un’arma in più, ma anche con un margine di manovra davvero ristretto.
La guerra con l’Iran potenzia la sua posizione negoziale a condizione che riesca a governarne l’escalation. Tuttavia, se la crisi si dovesse allargare oltre il punto di controllo, questa sua nuova leva di pressione sulla Cina finirà con il trasformarsi in una vulnerabilità reciprocamente condivisa.
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