Spacca il cranio alla moglie col martello «ma non è un mostro da prima pagina»

di Marta Rosati
È stato riconosciuto grazie a una fotosegnaletica, il marocchino 43enne Mohamed El Messaoudi, ritenuto responsabile del tentato femminicidio di sabato scorso, in provincia di Terni, ai danni della moglie. Entrato in un bar per una ricca colazione, martedì mattina ha catturato l’attenzione di una cliente e di chi era dietro il bancone a fargli il cappuccino. Sono state loro a segnalare la sua presenza al Coffee time di Vascigliano di Stroncone. Quella stessa foto, rivelatasi fondamentale per catturare il soggetto, non era stata però divulgata da Procura o forze dell’ordine. Ha fatto il giro dei social che era ancora un potenziale fake, tanto che le autorità non hanno confermato alla stampa che fosse effettivamente quello il volto del fuggitivo. Eppure l’immagine ha consentito di fermare il violento aggressore, dopo circa tre giorni di ricerche con tanto di attivazione di speciali reparti dell’Arma.
Per l’indispensabile collaborazione, non a caso, nel corso della conferenza stampa di illustrazione dell’operazione condotta, da carabinieri e Procura sono stati espressi i più sentiti ringraziamenti alla popolazione. Perché allora non consentire apertamente ai cittadini di collaborare fattivamente per accelerare le ricerche dell’uomo, magari passando per i media? Sul punto, il Procuratore capo della Repubblica di Terni, Antonio Laronga, dichiara: «È stata una scelta di civiltà. Non ci interessa sbattere il mostro in prima pagina, senza aver preliminarmente tentato tutto quello che è nelle nostre possibilità. La persona – ha aggiunto – va ritenuta non colpevole fino a sentenza definitiva, ecco perché non è opportuno sbattere il mostro in prima pagina».
Tuttavia, a Stroncone, dove ha avuto luogo l’orrore a bordo di un bus di linea, tantissime persone erano terrorizzate all’idea di incontrare l’aggressore, spaventate per la reazione che avrebbe potuto avere, stante il timore di essere riconosciuto, conscio di quanto commesso. Il Procuratore, sollecitato in questo senso dai giornalisti, però, taglia corto: «Per la sicurezza siamo deputati noi e in questo senso abbiamo agito». Ma che le segnalazioni di martedì mattina, giunte dal bar Coffee time, siano state decisive, nessuno lo nega.
E allora una riflessione, da operatori dell’informazione, sorge spontanea: davvero la presunzione di innocenza, e questo cortocircuito comunicativo innescatosi con le forze dell’ordine, non ammette distinzione tra un indagato qualunque e un ricercato? I professionisti della stampa, così carichi di responsabilità verso l’opinione pubblica, è indubbio che siano stati esposti, piuttosto, al rischio di ‘sbattere in prima pagina’ un soggetto diverso da quello effettivamente ricercato (casomai si trattasse di una locandina falsa). E, di fronte a un delitto tanto efferato, con un soggetto pericoloso a spasso per le campagne del Ternano, davvero tutelare la faccia del ‘mostro’ (espressione del Procuratore) è più importante che rendere agevole il percorso che lo assicuri alla giustizia?
Siamo di fornte a un tentativo di uccidere, verosimilmente premeditato, aggravato dalla crudeltà. Almeno otto le martellate che l’uomo ha inferto alla testa della donna mentre erano a bordo del bus. Col mezzo pubblico, la 44enne, sua connazionale, dopo il lavoro come badante a Santa Lucia di Stroncone, sarebbe dovuta rientrare a casa, dalla madre e dalla figlia di 12 anni (avuta da una precedente relazione). Da sabato invece, la donna è ricoverata in condizioni disperate nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Terni, con le ossa del cranio tutte fratturare e della materia cerebrale persa.
Perché tanta violenza? Mohamed non era certo nuovo a lesioni e maltrattamenti nei confronti della donna. Non a caso da aprile era sottoposto al divieto di avvicinarla. Cosa ne è stato del suo braccialetto elettronico? Lo ha manomesso prima di agire? Non ha funzionato? Se ne è disfatto dopo aver lasciato la moglie in una pozza di sangue; sequestrato, è attualmente oggetto di approfondimenti. Il dispositivo, quando funziona correttamente, allerta contestualmente forze dell’ordine e persona ‘protetta’ quando il soggetto sottoposto a restrizioni si trova a una distanza di 500 metri. Secondo il Pocuratore «Fathia non avrebbe comunque avuto scampo».
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