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I voli spia Usa e l’ombra di un blitz: cosa sta succedendo a Cuba e a cosa punta Trump

Dati ricavati da applicazioni per il monitoraggio del traffico aereo globale mostrano un’impennata dei voli di ricognizione militari statunitensi al largo delle coste di Cuba. Da febbraio di quest’anno U.S. Navy e U.S. Air Force hanno condotto almeno 25 voli di questo tipo utilizzando aerei con equipaggio e droni, la maggior parte dei quali in prossimità delle due città più grandi del Paese, L’Avana e Santiago de Cuba.

L’assetto aereo più utilizzato è stato il velivolo da pattugliamento marittimo P-8A “Poseidon”, capace anche di raccogliere dati di intelligence, mentre alcuni sono stati eseguiti da aerei spia RC-135V che intercettano i segnali elettronici e anche da droni di tipo MQ-4C “Triton”. Il 17 aprile, ad esempio, un “Triton” della marina statunitense ha effettuato una missione di oltre 12 ore al largo delle coste di Cuba, sorvolando il Golfo del Messico e i Caraibi settentrionali, con particolare attenzione all’Avana e all’area vicino alla baia di Guantanamo dove si trova un’importante base militare statunitense, prima di fare ritorno a Jacksonville, in Florida, dove ha sede una Naval Air Station che ospita anche i “Poseidon”.

Come in Venezuela

Lo schema ricorda molto quanto avvenuto nelle settimane precedenti l’operazione militare lampo condotta dagli Usa in Venezuela, che ha portato alla cattura del presidente Nicolas Maduro il 3 gennaio di quest’anno. In quel periodo, oltre al trasferimento nella zona dei Caraibi di imponenti forze militari, i velivoli della ricognizione e dell’intelligence statunitensi effettuavano missioni al largo delle coste venezuelane con un ritmo quasi quotidiano.

Oggi come allora, gli aerei volano molte volte col transponder acceso, scegliendo quindi deliberatamente di essere osservati da piattaforme a libero accesso come le applicazioni per gli smartphone già citate: probabilmente siamo davanti allo stesso tipo di segnale politico rivolto all’opinione pubblica per aumentare la consapevolezza di un’inevitabile azione militare.

La pianificazione militare per una possibile operazione a Cuba, cominciata già all’inizio di quest’anno, si sta intensificando silenziosamente nel caso in cui il presidente Donald Trump dovesse dare l’ordine di intervenire. Il Pentagono avrebbe già pronto un piano di attacco che permetterebbe alla Casa Bianca di imporre radicali cambiamenti politici sull’isola, secondo quanto trapelato il mese scorso. Il 13 aprile, Trump aveva dichiarato a Usa Today che “potremmo fare una sosta a Cuba dopo aver concluso questa faccenda”, riferendosi al conflitto in corso con l’Iran, e negli ultimi giorni la Casa Bianca sembra impaziente di risolvere la questione cubana una volta per tutte.

Secondo indiscrezioni riportate da Nbc, il presidente statunitense è sempre più frustrato dalla capacità del governo cubano di mantenere il potere nonostante mesi di continue pressioni da parte degli Stati Uniti e ha chiesto insistentemente ai suoi consiglieri perché gli sforzi della sua amministrazione per far collassare il regime non abbiano ancora avuto successo. Secondo gli analisti del Pentagono, il regime cubano potrebbe collassare entro la fine di quest’anno ma questa prospettiva non va bene per il presidente Trump che vorrebbe accelerare i tempi.

Per decenni, i funzionari statunitensi hanno discusso di una qualche forma di intervento militare a Cuba, sin da quando Fidel Castro e le sue forze ribelli presero d’assalto L’Avana nel 1959 e in seguito instaurarono una dittatura di stampo comunista, che si allineò all’Unione Sovietica e che da Mosca dipendeva per la sua sopravvivenza.

Considerando le condizioni precarie dell’equipaggiamento militare cubano e la scarsa propensione degli ufficiali a sostenere un regime impopolare, un’operazione militare statunitense a Cuba avrebbe probabilmente un successo rapido e schiacciante, ma la parte più difficile sarebbe la gestione del successivo vuoto di potere e l’eventualità di instaurare uno stato di diritto. Probabilmente assisteremo a una riedizione di quanto accaduto in Venezuela, dove non c’è stato un vero e proprio cambio di regime ma solo la decapitazione del massimo leader politico del Paese. Nel caso cubano, gli Stati Uniti potrebbero lasciare L’Avana a qualche leader militare o politico che si oppone all’attuale governo e sperare in una sorta di appoggio popolare sostenuto da dissidenti ed esuli cubani a quello che sarebbe un vero e proprio golpe.

Dove sono le portaerei Usa?

Guardando alle forze militari statunitensi disponibili per una possibile azione militare, in questo momento gli Usa non hanno la capacità di raccogliere risorse sufficienti per un’operazione di cambio di regime a Cuba considerando il gravoso impegno che hanno assunto in Medio Oriente contro l’Iran e la necessità di presidiare il Pacifico occidentale in funzione anti-cinese. In questo momento, la portaerei “Ford” sta tornando in patria dopo il più lungo dispiegamento dalla guerra del Vietnam e l’U.S. Navy ha in totale tre portaerei impegnate in attività di preparazione per futuri dispiegamenti. Il gruppo da battaglia della portaerei “Eisenhower”, che ha recentemente completato un periodo di manutenzione di 15 mesi, si sta esercitando al largo della costa orientale statunitense, mentre quello della “Washington” ha preso il largo il 10 maggio lasciando il porto di Yokosuka, in Giappone per operare nei mari asiatici.

Il gruppo da battaglia della portaerei “Roosevelt” sta invece conducendo esercitazioni avanzate per rafforzare la prontezza operativa e le capacità del suo gruppo d’attacco nell’Oceano Pacifico al largo della costa occidentale.

Gli Stati Uniti mantengono nei Caraibi solo la LHD (Landing Helicopter Dock) “Iwo Jima” col suo gruppo da assalto anfibio, mentre la portaerei “Nimitz”, dopo aver doppiato Capo Horn, si trova in questo momento in Brasile per una visita di cortesia lungo la sua rotta per Norfolk, in Virginia.


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