Per una città a misura di fragilità

“La passeggiata dell’8 maggio è stata la dimostrazione che la nostra città non è ancora pensata per accogliere la persona nella sua totalità di fasi, abilità e fragilità. Progettare secondo i criteri dell’Universal Design non significa fare un favore caritatevole a una minoranza, né intervenire con “manutenzione straordinaria” solo quando le proteste si alzano. Al contrario, significa smettere di considerare l’accessibilità come un onere economico per intenderla come una qualità intrinseca e imprescindibile del tessuto pubblico.”
Questa la riflessione della lista Alternativa Comune sulle barriere architettoniche nella città di Arezzo dopo la passeggiata organizzata nei giorni scorsi.
“Abbattere una barriera architettonica o sensoriale è un beneficio per tutti. Un marciapiede privo di pericoli, con scivoli a norma e spazi ampi, non è solo una necessità per chi si muove in carrozzina, è una garanzia di sicurezza per l’anziano che teme di cadere, per il genitore che spinge un passeggino, per il viaggiatore con una valigia o per chiunque si trovi in una condizione di fragilità temporanea. Allo stesso modo, una segnaletica intuitiva e semafori con avvisatori acustici non servono solo a ipovedenti e neurodivergenti, ma semplificano l’orientamento dei bambini e dei turisti, rendendo lo spazio urbano leggibile e meno ansiogeno per chiunque. Attualmente, percorrere strade anche importanti della nostra città, somiglia troppo spesso ad una pericolosa avventura, per chi non gode di piena efficienza fisica. I marciapiedi degradati, l’illuminazione carente che compromette la percezione dello spazio e l’assenza di arredi adeguati, sono limiti alla libertà di tutti. La luce, l’acqua delle fontanelle, la disponibilità di sedute ergonomiche in zone d’ombra e la presenza di servizi igienici dignitosi, non sono accessori opzionali, ma infrastrutture che permettono la sosta e l’incontro. Il caso del Parco del Pionta è emblematico: oggi rappresenta il riflesso di un’attenzione intermittente che ne nega la funzione di bene comune. Renderlo pienamente fruibile e privo di ostacoli significherebbe trasformarlo in un luogo finalmente democratico. La socialità è il vero catalizzatore di una città sicura: quando le persone possono abitare gli spazi pubblici con dignità, l’isolamento sociale, vera piaga delle nostre periferie, ecco che viene meno. Curare i dettagli, dalla manutenzione rigorosa del manto stradale, alla gestione delle aree cani, dall’attenzione sistematica del verde, fino al contrasto al parcheggio selvaggio, significa costruire una “cultura della cura” permanente. Rendere Arezzo “universale” è un atto di civiltà che non sottrae risorse, ma le libera, permettendo a chiunque di partecipare pienamente alla vita della comunità. Una città dove una persona fragile può muoversi con naturalezza è, semplicemente, una città dove tutti vivono meglio.”
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