Laibach – Musick | Indie For Bunnies
Il vento del postmodernismo musicale torna a soffiare da est. Gli sloveni Laibach rompono un lungo silenzio discografico con “Musick”, un album che affonda le sue radici in un questa nostra delirante epoca storica segnata in maniera profonda dalla sovraesposizione digitale e dall’avvento dell’intelligenza artificiale. Due temi centrali in un’opera che vede Milan Fras e soci alle prese con il racconto di un mondo al tempo stesso affascinante e terrificante, in bilico fra l’assuefazione all’orrore dilagante e il desiderio di lasciarsi travolgere dal flusso costante di contenuti e distrazioni, quasi affogando nei caroselli di immagini e video che impestano i social.

Con il loro stile immediatamente riconoscibile, i Laibach riescono a dare una sorta di ordine alla confusione imperante dell’era digitale e a tradurla in una musica priva di confini, che pesca a destra e manca mischiando sonorità occidentali e orientali. Un vero e proprio melting pot nel quale troviamo gli spettri dell’eurodance anni ’90 e l’estetica più moderna che mai del K-pop, conditi da un citazionismo sfrenato che contagia non solo la musica ma anche i testi.
Il vocione profondo di Milan Fras – più che un semplice punto di riferimento per Till Lindemann dei Rammstein, che gli deve davvero molto – è spesso affiancato da ospiti femminili, alle quali va il compito di aggiungere spessore melodico a quello che, probabilmente, è l’album più pop in assoluto dei Laibach. Un pop solo in superficie tradizionale, perché le mutazioni e le stravaganze sono sempre dietro l’angolo. Giusto qualche esempio: si va dalla dance ultra-kitsch in salsa Eurovision della title track e di “Fluid Emancipation” ai campionamenti di musica classica in “Singularity” (“Eine kleine Nachtmusik” di Wolfgang Amadeus Mozart“) e in “Allgorhythm” (che rielabora la progressione armonica del “Canone in Re maggiore” di Johann Pachelbel e, di conseguenza, finisce per ricordare moltissimo “Go West” dei Pet Shop Boys).
In questa giostra frenetica di richiami, menzioni e “rimasticazioni” varie, sotto strati di synth e drum machine, troviamo anche l’elettronica “robotica” dei Kraftwerk (“Das göttliche Kind”, “Love Machine”), l’industrial metal sporcato dal rap (“Keep It Real”) e l’elettropop di scuola Robyn mischiato all’hip house di fine anni ‘80 (“Yes Maybe No”).
A fare da ciliegina sulla torta le atmosfere country di “Luigi Mangione”, un brano più provocatorio che mai nel quale i Laibach descrivono l’attuale panorama di caos sociale e polarizzazione estrema come fosse una semplice lista della spesa. Ecco: il semplice o, per meglio dire, la semplificazione. Proprio in questo concetto chiave si nasconde il talento dei Laibach, capaci di prendere tutte le complessità del mondo, combinarle con elementi assurdi e proporle al pubblico come brani squisitamente pop che, nonostante la spiccata eccentricità, sanno essere orecchiabili e ballabili. Non sono più dirompenti come una volta, ma ancora si difendono abbastanza bene.
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