Riforma Schillaci, così i pazienti rischiano di rivolgersi al privato anche per la medicina generale
“In questi mesi di discussioni intorno alla proposta di riforma della medicina di base ho cominciato a sospettare che i giovani medici non siano così scontenti di diventare dipendenti del Ssn: un orario definito che permette una vita oltre il lavoro, l’organizzazione che non grava sulle loro spalle, meno stress nell’affrontare l’aumento costante dei pazienti pro-capite e quello del carico di lavoro dovuto all’innalzamento dell’età media della popolazione e dalla cronicizzazione di patologie prima letali in pochi mesi. La fuga dalla medicina generale verso altre specializzazioni preoccupa. Perciò ho messo in discussione le mie convinzioni”. Questo dice un amico medico di medicina generale, un professionista coi fiocchi, stimato dai suoi pazienti e impegnato nella faticosa gestione di coordinare una medicina di gruppo, appassionato sostenitore della sanità pubblica e rappresentante sindacale dei medici.
Di lui e di una delle poche Case della Salute funzionanti – eppure sono il caposaldo della “nuova medicina territoriale”, oltretutto finanziata massicciamente dal Pnrr in scadenza -, ho parlato in un post di circa un anno fa. Era preoccupato dagli effetti della riforma, sosteneva che il rapporto di dipendenza avrebbe peggiorato la qualità del servizio ai cittadini. L’analisi dei dati sull’assegnazione delle carenze in Piemonte (la gestione dei pazienti dei medici usciti dal Ssn senza sostituzione) gli ha suscitato qualche dubbio sulla sostenibilità del sistema medicina generale senza interventi radicali.
Un anno fa ho provato a raccontare la riforma Schillaci, fondata su una sanità di base sviluppata, a regime, attraverso le Case della Salute sparse sul territorio, dove esercitano medici dipendenti dal Ssn. Raccontavo della forte opposizione alla riforma che veniva dalla Fimmg – 18.420 iscritti, vale a dire il 50% dei Mmg e il 4,65% dei medici italiani – e dall’Enpam, la cassa dei medici governata da amministratori inamovibili con emolumenti faraonici, alcuni dei quali per niente turbati dal doppio ruolo di sindacalisti di parti della categoria e gestori di tesoretti costruiti con i contributi pensionistici. Tra questi Filippo Anelli, presidente degli Ordini dei Medici e revisore conti Enpam a 45mila euro l’anno più rimborsi e risarcimenti, che si affanna a dichiarare ovunque può che per la cura del cittadino è fondamentale il rapporto di fiducia medico-paziente, garantito dalla libera professione del dottore.
I medici italiani a fine 2024 erano 415.868, pari a 7,04 ogni mille abitanti. Nel 2023 i Medici dipendenti pubblici erano 109.024, 1,85 per mille abitanti; i Medici convenzionati erano 57.880, di cui 37.260 di medicina generale (Mmg), 14.136 pediatri di libera scelta (Pls) e 6.484 specialisti ambulatoriali convenzionati. I Medici in formazione specialistica erano 50.677, di questi gli iscritti alla specializzazione in Medicina Generale erano circa 6.000. Dunque, stando ai dati della Fondazione Gimbe, in Italia circa 93.000 medici iscritti all’albo non lavorano nel e per il Ssn e non sono neanche inseriti in percorsi formativi post-laurea.
La stessa Fondazione stimava una carenza di Mmg di 5.575 unità, in aumento per via degli abbandoni e dei pensionamenti. Dunque, a fronte di una popolazione che invecchia e di bisogni sanitari in aumento, le scuole di specializzazione in medicina generale non riescono neppure a garantire il personale necessario a sostituire chi se ne va. Secondi le stime di Agenas, tra il 2026 e il 2035 andranno in pensione 39mila medici dipendenti e 20mila convenzionati, circa 5000 uscite l’anno.
Tornando alla riforma Schillaci, prevede che i contributi Enpam finora versati dai medici di base siano girati all’Inps che garantisce la pensione e il Tfr al termine del rapporto di lavoro. Il vantaggio del passaggio alle dipendenze del Servizio Sanitario è evidente anche dal punto di vista economico: l’aliquota pensionistica del medico dipendente è del 33% della sua retribuzione, quella del medico di famiglia è del 25,9. Il dipendente riceverà una pensione maggiore. Insieme avrà maggiori tutele, tredicesima, ferie, malattia, maternità, assicurazione contro gli infortuni Inail e appunto il Tfr.
“Non capisco perché i sindacati e il Ministro non si siedano al tavolo per analizzare le proposte relative al passaggio alla dipendenza – continua il mio amico dottore –, anche solo per stanare un eventuale bluff. La coincidenza fra la diffusione del testo della riforma Schillaci e il sollecito alle Regioni del sindacato dei medici per il rinnovo Acn 2025-27 fa sorgere il dubbio che, più che di un progetto concreto, potrebbe trattarsi di una mossa strategica per trattare al ribasso il rinnovo contrattuale dei Mmg”.
Diminuiscono i medici che scelgono di lavorare nel Ssn, aumenta il numero di assistiti pro-capite, la formazione e l’aggiornamento sono lasciati alle iniziative dei volenterosi. La riduzione del numero di assistiti pro-capite e un’organizzazione del lavoro che permetta di dedicare più tempo al singolo cittadino aiuterebbero. Ci ha provato il Piemonte permettendo ai Mmg di limitare il proprio massimale, purtroppo senza efficacia. Risultato: più assistiti per ogni medico, anche per tappare i buchi, conseguente fuga di molti giovani medici “massimalisti”, schiacciati da un carico del lavoro ritenuto non gestibile e non in linea con le proprie aspettative lavorative.
Senza interventi strutturali il numero massimo di assistiti aumenterà ancora, trasformando di fatto il rapporto da ‘medico-cittadino’ a ‘medico-struttura (le Case di Comunità)-cittadino’. Il rischio concreto è che i pazienti saranno costretti, come già per la diagnostica di base, a rivolgersi al privato anche per la medicina generale. Questa sarebbe la fine della sanità pubblica: sembra che in parecchi ci stiano lavorando.
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