Umbria

Passaparola al supermercato e chiacchiere dal parrucchiere, così il “comitato delle mogli indignate” ha fatto scoprire la prostituzione al night


C’è una piccola zona dell’Appennino umbro, tra Gubbio e Gualdo Tadino, dove le notti sono silenziose e i paesi si addormentano presto. O quasi. Perché per anni, a Fossato di Vico, c’era un posto che teneva svegli molti mariti e, di riflesso, moltissime mogli. Si chiamava “Bocca di Rosa”, un night club dalle luci soffuse che prometteva “l’amore sopra ogni cosa”, come nella canzone di De André (l’attuale locale, omonimo, non ha nulla a che fare con la vicenda giudiziaria). E sarà stato un caso che a far scattare le indagini, quasi quindici anni fa, furono proprio le chiacchiere delle moglie, stanche di vedere i mariti sparire la sera e anche il loro stipendio. Sì perché quel tipo di “amore”, si pagava a caro prezzo.

Le donne per mesi avevano visto i loro uomini uscire di casa con la scusa di “un caffè con gli amici” o “una partita a carte” e tornare all’alba, con gli occhi stanchi e il portafogli inspiegabilmente leggero. Donne che, quando andavano a fare la spesa o a pagare la rata della macchina, scoprivano che il conto corrente familiare era stato prosciugato. Stipendi interi spariti nel giro di un weekend. Senza una spiegazione.

Fino a quando qualcuna ha deciso di rompere il silenzio e andare dai Carabinieri.

Era l’inizio del 2013 quando le prime denunce sono arrivate alla Compagnia di Gubbio, all’epoca comandata dal tenente Pier Giuseppe Zago. Non si trattava di singoli episodi, ma di una raffica di segnalazioni provenienti da famiglie diverse, tutte accomunate dallo stesso copione.

Era stato un pugno di donne comuni, casalinghe, operaie, impiegate, a mettere insieme i pezzi di questo puzzle erotico.

Si parlavano al supermercato, si scambiavano confidenze dal parrucchiere, confrontavano i buchi nei bilanci familiari. “Anche a te è sparito lo stipendio di tuo marito?”, “Anche il mio arriva alle tre di notte e puzza di fumo e profumo femminile”. È nata così una rete informale di sorveglianza, una sorta di “Comitato di mogli indignate”.

Una di loro aveva raccontato agli inquirenti di aver seguito il marito una sera, nascosta in macchina, fino al parcheggio del “Bocca di Rosa”. Un’altra aveva confessato di aver rovistato nelle tasche dei pantaloni sporchi e di aver trovato scontrini con cifre assurde per “consumazioni”. Un’altra ancora, più tecnologica, aveva installato sul cellulare del coniuge un’app di localizzazione, scoprendo che l’uomo passava ore e ore nello stesso posto, sempre quello, sempre di notte.

Erano state loro, alla fine, a mettere i Carabinieri sulle tracce giuste. Senza di loro, il “Bocca di Rosa” sarebbe probabilmente rimasto aperto ancora per anni, continuando a prosciugare conti correnti e a logorare matrimoni.

“Non dormo più la notte – raccontò una delle mogli agli investigatori, secondo quanto emerso dagli atti processuali – Lui esce dicendo che va a farsi una birra con i colleghi, poi rientra alle quattro. Il suo stipendio di 1.500 euro finisce in dieci giorni. Quando chiedo spiegazioni, si arrabbia e cambia discorso”.

Un’altra donna, più diretta, aveva già fatto due più due: “So che va al ‘Bocca di Rosa’. So che là ci sono quelle ragazze. Non immaginavo che ci lasciasse così tanti soldi. Abbiamo un mutuo da pagare e due figli. Non è più vita”.

I Carabinieri cominciarono a tenere sotto controllo il locale, a osservare i movimenti, a registrare targhe e orari. Ben presto capirono che non si trattava di un semplice night club con ballerine. Quello che avevano davanti era una macchina organizzata con una precisione quasi ossessiva.

Secondo la ricostruzione della Procura della Repubblica di Perugia, titolare la pm Mara Pucci, il “Bocca di Rosa” era gestito come una vera e propria azienda. Solo che l’oggetto sociale non era l’intrattenimento musicale, ma lo sfruttamento della prostituzione.

Alla guida c’era il titolare, un uomo che già in passato era finito nel mirino delle forze dell’ordine. Intorno a lui, un organigramma preciso: un addetto alla cassa che non solo incassava le consumazioni, ma aveva il compito di segnalare l’arrivo di eventuali controlli esterni (forze dell’ordine, carabinieri, guardia di finanza); un selezionatore – lo chiamavano così gli investigatori – che faceva da “catalogo vivente”: presentava le ragazze ai clienti, ne suggeriva le doti, indirizzava le scelte; un buttafuori che stazionava all’esterno, pronto ad avvertire con un segnale convenuto se si avvicinava una pattuglia.

E poi c’erano le ragazze. Per lo più provenienti dall’Est Europa (Romania, Moldavia, Ucraina) arrivate in Italia con la speranza di un lavoro migliore. Secondo l’accusa, alcune di esse venivano sottoposte a pressioni psicologiche: se non accettavano le richieste dei clienti, se non si mostravano abbastanza “generose”, rischiavano il licenziamento o trattenute sulla “busta paga”.

Il tutto era regolato da un tariffario implicito, ma chiarissimo, emerso grazie alle testimonianze dei clienti e alle annotazioni trovate dai militari: 20 minuti nel privé a 15 euro; una bottiglia di spumante più 1 ora di compagnia a 120 euro. Per una prestazione completa in occasione dell’addio al celibato “solo” 250 euro. Chi voleva portare fuori a cena una ragazza, quindi facendola assentare dal locale, doveva pagare 350 euro a serata.

A queste somme, secondo gli investigatori, si aggiungevano regali in denaro direttamente alle ballerine, gioielli, borse, pacchetti di sigarette, telefonini. E c’erano clienti talmente affezionati alla “propria” ragazza che pagavano al gestore le consumazioni pur non essendo fisicamente presenti nel locale. Una sorta di “abbonamento” a distanza.

Davanti alla corte poi tanti “non ricordo se ho pagato, era tanto tempo fa”, oppure “facevo qualche regalino alle ragazze, ma niente di che”, e ancora “erano tutte brave ragazze, straniere, che non conoscevano nessuno. Volevo solo farle sentire a loro agio” e l’immancabile “ci divertivamo e basta. Mica si può dire che era prostituzione”.

Quando il pm ha chiesto conto delle cifre – centinaia di euro a sera, per settimane e mesi – molti hanno abbassato lo sguardo. “Era un periodo difficile”, aveva detto uno. “Mia moglie non capiva”, aveva mormorato un altro. “Non pensavo alle conseguenze”, aveva conclusola testimonianza un terzo.

Il cuore pulsante dell’attività era il privé, una stanzetta ricavata in fondo al locale. I clienti lo descrivono come “uno sgabuzzino buio”, “angusto”, “male illuminato”, ma era lì che, secondo l’accusa, avveniva la maggior parte degli incontri sessuali.

I testimoni ascoltati nel corso delle indagini hanno raccontato di scene a dir poco esplicite. Ragazze che si esibivano in danze sempre più spinte, clienti che “chiedevano di più” e ottenevano. E il gestore che, lungi dal disapprovare, controllava periodicamente cosa accadesse dietro quella porta, per assicurarsi che “il servizio fosse all’altezza”.

Alcuni clienti, interrogati dai Carabinieri, hanno ammesso di aver avuto rapporti completi all’interno del locale. Altri hanno preferito parlare di “contatti fisici non specificati”. Quasi tutti hanno cercato di minimizzare: “Erano ragazze sole, straniere, che non conoscevano nessuno. Io ho voluto aiutarle, non sfruttarle”.

Nel corso del 2013, dopo mesi di appostamenti, pedinamenti e intercettazioni, i Carabinieri sono passati all’azione. Il titolare del “Bocca di Rosa” era finito agli arresti domiciliari. Il locale era stato sequestrato. Sui muri esterni erano comparsi i sigilli, gialli e neri, con la scritta “Sequestro Giudiziario”.

Per gli inquirenti era la fine di una stagione. Per il paese, la conferma di quello che molti sospettavano, ma pochi avevano il coraggio di dire. Per le mogli, una soddisfazione amara: avevano avuto ragione, ma a quale prezzo?

L’inchiesta aveva continuato il suo corso ed erano finiti nei guai anche dipendenti e collaboratori: buttafuori, baristi, addetti alla cassa, persino una donna che si occupava di “presentare” le ragazze ai clienti.

Qualcuno ha patteggiato, oppure è ricorso all’abbreviato, qualcuno se l’è cavata. Le ragazze sono scomparse. A tredici anni da quei fatti, dalle denunce delle “comari”, dai sigilli, tra udienze preliminari, stralci di posizioni, eccezioni, notifiche sbagliate, avvicendamenti di giudici, sono rimasti in cinque sotto processo davanti al I Collegio del Tribunale penale di Perugia per rispondere delle accuse di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. E nei giorni scorsi si è assistito all’ennesimo rinvio.

Gli imputati si sono sempre dichiarati innocenti e, difesi dagli avvocati: Marco Brusco, Giovanni Zurino, Giancarlo Viti, Sandro Picchiarelli, Maurizio Diociaiuti, Monica Bisio e Gennaro Esibizione, sostengono che il “Bocca di Rosa” fosse un normale night club, dove le ragazze si esibivano in spettacoli di danza, ma senza mai oltrepassare il limite. C’è chi ammette che qualche cliente “esuberante” poteva provarci, ma che il gestore faceva il possibile per impedire rapporti completi. E c’è chi addirittura rovescia l’accusa: “Erano le ragazze stesse a offrirsi, il titolare non sapeva nulla, anzi controllava spesso proprio per evitare che succedesse”.

Resta, intanto, una domanda senza risposta che molti, nel bar del paese o davanti alla tv, continuano a farsi: al “Bocca di Rosa” si andava davvero solo per “bere una bottiglia di spumante in compagnia”, come qualcuno ancora sostiene? O era proprio il “furto d’amore” – e di denaro – che De André cantava, reso però molto meno poetico dalla cruda realtà di uno sfruttamento? La risposta spetta ai giudici, tempo e prescrizione permettendo.


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