C’è un preside in Umbria? Una in Irlanda ha reso i bambini più felici senza cellulari

di Maurizio Troccoli
Chissà se gli sarà arrivata una telefonata anche dall’Umbria alla preside irlandese di Greystones che, senza imposizione, è riuscita a trasformare la propria comunità in smartphone free. Di certo di telefonate gliene arrivano, ormai da tempo, da ogni latitudine, perché oltre a chiederle: «Ma come ha fatto?», le domandano: «Possiamo farlo anche noi? Anche se viviamo in una grande città e abbiamo paura che succeda qualcosa ai nostri figli per cui preferiamo che abbiano un cellulare con loro?». E lei, non istintivamente, ma meditando su dati ed esperienze, le più diverse, che possano esserle state raccontate, risponde: certamente sì.
Vale proprio la pena di indagare il caso di «Ci vuole un villaggio». Qualcuno lo conosce così, per il suo esordio. Altri semplicemente come Greystones, la cittadina d’Irlanda di 22 mila abitanti, a un’ora al sud di Dublino, «la città phone free di bambini e ragazzini». L’ha raccontata Il Venerdì di Repubblica.
Ed è una storia che interroga direttamente anche l’Italia e l’Umbria, dove da anni famiglie, scuole e insegnanti discutono su come gestire la presenza sempre più invasiva degli smartphone nella vita quotidiana di bambini e adolescenti. In Irlanda, però, a differenza di molte campagne educative rimaste sulla carta, qualcosa è davvero accaduto. E soprattutto è avvenuto dal basso. Senza imposizioni, attraverso un protagonismo straripante di genitori, altri presidi, dirigenti scolastici e formatori che già dal primo appuntamento hanno affollato il luogo dell’assemblea, fino al punto di non riuscire a contenere tutti i partecipanti.
Ma perchè porsi la domanda provocatoria: ‘Cè un preside in Umbria?’. Semplice: sembrano maturi i temi, anche nel Cuore verde, per provare a restituire una risposta concreta al turbamento di genitori che in ogni angolo di questa regione si chiedono, quale sia il migliore comportamento per proteggere i propri figli dalle dipendenze digitali e dalle conseguenze, in parte note, in gran parte temute e largamente studiate e affrontate, dalle famiglie alle classi, fino ai capannelli di genitori ai cancelli degli istituti scolastici. Ci si chiede, nello specifico, se fosse opportuno attendere che autorità e amministratori pubblici legiferino oppure iniziative civiche, possano rappresentare un motore maggiormente virtuoso per esperimenti in ambito locale che possano poi determinare contagi positivi.
A Greystones il progetto si chiama «It Takes a Village», ci vuole un villaggio. Ed è nato nel 2023 attorno alla St Patrick’s school, scuola primaria frequentata da circa 400 bambini. A guidarlo è stata la preside Rachel Harper, oggi diventata una sorta di riferimento internazionale per chi prova a ridurre l’esposizione digitale dei minori.
La rivoluzione, racconta il Venerdì di Repubblica, non è partita da un divieto imposto dall’alto. Nessuna ordinanza, nessuna proibizione obbligatoria. Tutto è nato da una scelta collettiva dei genitori sostenuta dalla scuola e dalla comunità locale.
«Subito dopo la pandemia da Covid», racconta Harper al Venerdì, «i bambini registravano livelli di ansia più alti, e ce lo confermavano tutti i nostri insegnanti, ma anche quasi il 60 per cento dei genitori. Nei lockdown avevano accresciuto la presenza online, con conseguenze evidenti, anche sulla concentrazione in classe».
Da lì la decisione di organizzare, nel marzo 2023, un grande incontro pubblico che coinvolse le otto scuole della cittadina, famiglie, associazioni e istituzioni locali. Secondo quanto raccontato dalla stessa preside, l’affluenza fu enorme: «Potevamo riempire altre due arene per tutta la gente che voleva entrare».
Il principio era semplice: evitare che i bambini ricevessero uno smartphone almeno fino all’ingresso nella scuola secondaria. Un obiettivo che sembrava quasi impossibile in un Paese come l’Irlanda, dove — secondo CyberSafeKids — l’83 per cento dei bambini tra 8 e 12 anni ha accesso a internet direttamente dalla propria camera da letto e dove il primo smartphone arriva mediamente intorno ai 9 anni.
Eppure il progetto ha funzionato. Oggi circa il 70 per cento dei genitori della cittadina ha aderito.
La chiave, secondo Harper, è stata soprattutto psicologica e sociale. «Molti dei genitori avevano già pensato di non comprare gli smartphone ai propri figli», racconta ancora al Venerdì, «ma avevano il terrore di imporre una proibizione così netta, perché temevano le reazioni dei figli e soprattutto di renderli degli alieni agli occhi dei loro compagni». Il progetto ha ribaltato proprio questo meccanismo: «Hanno subito capito che non erano soli».
Da quel momento Greystones è diventata un caso internazionale. «Mi chiamano presidi e autorità da tutto il mondo oramai per replicarlo», spiega Harper. E le telefonate, scrive il Venerdì, arrivano anche da grandi città, non solo da piccole comunità. A chi le chiede se il modello possa funzionare anche in contesti urbani complessi, la preside risponde che il punto decisivo non è la dimensione del luogo ma la costruzione di «un movimento dal basso».
Nel tempo il progetto si è ampliato. Non solo niente smartphone ai più piccoli, ma anche educazione digitale, sicurezza online, attività pomeridiane alternative e ambasciatori digitali nelle scuole.
Nel vicino Youth Café, per esempio, i ragazzi si ritrovano senza telefoni per giocare a ping pong, partecipare a laboratori, imparare danza o semplicemente stare insieme. Vengono organizzate anche feste phone free sulla spiaggia.
E soprattutto sono i bambini stessi a raccontare il cambiamento.
«Mi vedo di più con i miei amici e parliamo meglio senza telefonini», racconta al Venerdì Rachael Capatina, 11 anni. «Pensare che altri coetanei non possano postare un video scorretto di te online, o bullizzarti o offenderti, è una grande rassicurazione».
Jack Sweeney, suo compagno di scuola, spiega invece che i ragazzi continuano comunque a organizzarsi senza WhatsApp: «Ci telefoniamo a casa o ci incontriamo in luoghi di ritrovo. E non ho fretta di avere uno smartphone».
Anche molte famiglie parlano di effetti concreti. Paddy Holohan, proprietario di un supermercato della cittadina, racconta che «parliamo di più a tavola, condividiamo più momenti insieme e siamo decisamente più uniti».
L’italiana Anna Mazzarotto Coleman, volontaria del progetto e residente in Irlanda dal 1987, al Venerdì dice: «Troppi genitori erano in ansia per i loro figli. Noi li abbiamo aiutati. Ma non ci aspettavamo un simile successo».
Naturalmente il progetto non elimina del tutto il digitale. I bambini possono utilizzare computer a scuola e a casa per studiare. Alcuni genitori scelgono cellulari essenziali senza accesso internet, soltanto per telefonate e sms. La discussione, intanto, si sta allargando in mezzo mondo.
L’Australia ha approvato lo stop ai social media per gli under 16. L’Indonesia sta lavorando nella stessa direzione. Spagna, Grecia, Austria e Regno Unito stanno discutendo limitazioni simili. In Francia già dal 2018 esiste il divieto di utilizzo degli smartphone nelle scuole elementari e medie durante l’orario scolastico. Nei Paesi Bassi dal 2024 i telefoni sono stati quasi completamente banditi dalle aule. Negli Stati Uniti diversi distretti scolastici, dalla Florida alla California, stanno introducendo limitazioni severe.
Anche l’Organizzazione mondiale della sanità e numerosi studi scientifici negli ultimi anni hanno segnalato il legame crescente tra uso eccessivo degli schermi, disturbi dell’attenzione, ansia, depressione, alterazioni del sonno e isolamento sociale tra adolescenti e preadolescenti.
Uno studio pubblicato dalla National Library of Medicine, citato anche dal Venerdì, sottolinea come «il ruolo dei social media e della tecnologia nello sviluppo cerebrale degli adolescenti» sia diventato un tema centrale nella salute pubblica contemporanea.
Eppure Greystones non viene raccontata come una comunità nostalgica o anti-tecnologica. Anzi. L’Irlanda ospita le sedi europee di molti colossi hi-tech come Google e Meta. Ed è proprio qui che si è sviluppata una delle esperienze più radicali di contenimento volontario degli smartphone tra i bambini.
Restano però anche le criticità.
Eoghan Cleary, vicepreside della scuola secondaria Temple Carrig, avverte al Venerdì che «il 30 per cento di bambini e ragazzini è ancora esposto a violenza e pornografia online», soprattutto nelle famiglie più fragili. Per questo, sostiene, i progetti locali non bastano senza un intervento politico più forte contro le piattaforme digitali.
Ma la sensazione che emerge dal reportage del Venerdì è che qualcosa, almeno a Greystones, sia cambiato. Basta guardare l’uscita dalle scuole. I ragazzi più grandi escono spesso con gli occhi incollati allo schermo. I bambini delle elementari invece ridono, parlano, giocano tra loro.
E forse è proprio questo il punto che oggi fa discutere mezzo mondo: se una cittadina irlandese di 22 mila abitanti è riuscita a costruire una comunità dove migliaia di bambini crescono senza smartphone, allora la domanda che si pongono presidi e genitori ovunque non è più «se sia possibile». Ma perché si continuano ad attendere repliche.
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