Studenti e docenti in corteo contro la riforma dei tecnici: nel mirino anche la militarizzazione
Ancora una volta in piazza, ancora una volta per protestare contro tagli e impoverimento dell’offerta scolastica. A Torino, Flc CGIL, Usb, Cobas, Rete Nazionale Istituti Tecnici, Cub e altre sigle sindacali sono partite alle 10 da piazza Arbarello insieme a docenti, personale ATA, lavoratori e lavoratrici della scuola, ma anche numerosi studenti.
Il corteo verso l’Ufficio scolastico regionale
A Torino tornano in piazza studenti e docenti contro la riforma degli istituti tecnici e il tema, più ampio, della militarizzazione. Circa seicento persone hanno preso parte al corteo partito da piazza Arbarello, aperto dallo striscione “Contro la distruzione pubblica. Studenti e lavoratori uniti”. Il corteo, diviso in due spezzoni, si è diretto verso l’Ufficio scolastico regionale di corso Vittorio Emanuele, diventato simbolicamente il punto di arrivo della protesta.

Il percorso del corteo e lo stop in corso Vittorio
Intorno alle 11.30 il corteo ha raggiunto corso Vittorio Emanuele. Poco prima dell’Ufficio scolastico regionale, all’altezza del numero 71 la manifestazione è stata fermata dalle forze dell’ordine schierate in assetto antisommossa.
Fino a quel momento il corteo si era svolto in modo pacifico, con il proseguimento rallentato ma senza tensioni. Successivamente, diverse unità di polizia hanno sbarrato il percorso impedendo l’avanzamento dei manifestanti.
Lancio di frutta marcia
Bloccati dalle forze di polizia alcuni studenti hanno avviato un’azione di protesta, completamente pacifica, lanciando della frutta marcia contro dei cartelli con scritto: alternanza, riforma, tecnici, scuola, precariato.
Bruciati i simboli della guerra e della precarietà

La manifestazione si è conclusa con un presidio davanti all’Ufficio scolastico territoriale di Torino, dove i partecipanti si sono fermati dopo aver attraversato il centro cittadino.
Davanti all’ingresso sono state simbolicamente distrutte alcune scatole con scritte come “Guerra”, “Miseria”, “Precarietà”, “Repressione”, “Militarizzazione” e “Leva”, mentre tra fumogeni e cartelli sono comparsi slogan contro “azienda”, “riforma tecnica” e “alternanza scuola-lavoro”.
Nel finale della protesta è stato dato alle fiamme un simbolo riconducibile a Confindustria insieme a un carro armato di cartone. Dal microfono si sono susseguiti interventi e cori contro il governo: “Bernini, il tuo tempo è scaduto: vogliamo almeno 20 miliardi per la scuola. Non ci arruoliamo e rifiutiamo l’università della guerra”.

La protesta contro la riforma e le ragioni della mobilitazione
Il corteo è nato contro la riforma degli istituti tecnici annunciata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito il 19 febbraio 2026, che ha portato alla proclamazione di due giornate di sciopero generale nelle giornate del 6 e 7 maggio.
Nel mirino dei manifestanti il nuovo impianto formativo e il taglio delle ore di insegnamento, con la denuncia di un progressivo indebolimento della scuola pubblica.
La mobilitazione è stata inizialmente promossa da Usb e Cobas contro le prove invalsi, che stanno impegnando in questi giorni molte scuole primarie, e contro la riforma degli istituti tecnici. La riforma ridisegna il periodo formativo attraverso il modello “4+2”, ovvero 4 anni di scuola superiore di secondo grado e 2 anni di specializzazione ITS Academy. Una formula che avvicinerebbe gli studenti al mondo del lavoro, ma che comporterebbe il taglio di oltre 500 ore di insegnamento di italiano, matematica, informatica e scienze.
Studenti e docenti uniti in piazza
A mobilitarsi sono stati soprattutto gli studenti delle scuole superiori, affiancati da universitari e sigle sindacali di base. «Siamo qui contro i tagli all’istruzione e contro un modello che investe sempre più nel riarmo mentre le scuole restano senza risorse», dicono gli attivisti di Osa.
Nel mirino anche la riforma dei tecnici e professionali, accusata di ridurre il monte ore, comprimere alcune materie e anticipare l’ingresso degli studenti nei percorsi di alternanza.
Accanto agli studenti hanno sfilato anche numerosi insegnanti, in sciopero su iniziativa di diverse organizzazioni sindacali. La protesta riguarda non solo l’impianto didattico ma anche le possibili ricadute sull’occupazione e sulla qualità dell’insegnamento. Negli ultimi giorni, intanto, si è rafforzata la mobilitazione nazionale con migliaia di adesioni da diverse città.

Libri di testo e stato di agitazione
In molti istituti tecnici si sta inoltre affermando la scelta della “non adozione” dei libri di testo per le future classi prime. Una decisione che i docenti definiscono estrema ma necessaria, motivata dall’assenza di linee guida chiare e dalla difficoltà di individuare materiali adeguati in tempi stretti.
La protesta torinese si inserisce così in un clima di crescente tensione nel mondo della scuola, dove il confronto sulla riforma resta aperto e destinato a proseguire anche nelle prossime settimane.
Serena Morando (FLC-CGIL): “Una riforma immotivata”
“Una riforma immotivata. La salute dell’istruzione tecnica nel nostro paese è ottima – racconta direttamente dal corteo, Serena Morando, segretaria generale della FLC CGIL Piemonte -. Lo dicono i dati delle iscrizioni e quelli occupazionali dei diplomati. Vengono colpite le competenze di base con tagli diffusi nelle materie economiche, nelle lingue straniere e in particolare nelle scienze, meno 231 ore nel quinquennio.
Un impoverimento importante per subordinare l’istruzione alle esigenze delle aziende del territorio. Questa sottolineatura del territorio apre alla dimensione dell’autonomia differenziata: il risultato sarà che studenti e studentesse dello stesso tipo di istituto, in luoghi diversi, avranno percorsi di studio completamente differenti”. “Le iscrizioni al 4+2 sono state molto basse in Piemonte – continua Morando -, ma rappresentano un anticipo del disegno del governo. L’obiettivo è portare tutta l’istruzione secondaria a quattro anni, comprimendo il diritto allo studio”.

Il taglio dei posti
Nel comunicato della Flc Cgil Piemonte vengono segnalati anche tagli agli organici: 84 posti di potenziamento e circa 20 A023 (insegnamento dell’italiano per studenti stranieri).
“Anche quella dei tecnici è una riforma a costo zero – conclude Morando -. Si tagliano ore e posti. Abbiamo chiesto una proiezione degli organici a cinque anni ma non è arrivata. La matematica non è un’opinione: centinaia di migliaia di cattedre sono a rischio. Con l’alibi del calo demografico si riduce l’offerta formativa invece di rafforzarla con compresenze e risorse”.
La protesta della Rete Nazionale Istituti Tecnici
Tra sigle sindacali, studenti delle scuole superiori e personale scolastico è presente anche una realtà formata nelle ultime settimane: la Rete Nazionale Istituti Tecnici. La rete, a cui attualmente si può aderire attraverso gruppi Whatsapp e Telegram, è nata con l’obiettivo di creare un coordinamento a livello nazionale tra gli istituti tecnici di tutte le regioni italiane. Il fine ultimo, come si legge dalla loro bio, è quello di “contrastare in prima istanza l’avvio del riordino dei percorsi quinquennali previsto dal Decreto Ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026, in attuazione del DL 144/2022, nonché di disincentivare l’approvazione da parte dei collegi docenti dell”indirizzo ordinamentale della cosiddetta “filiera del 4+2”.
Il docente: “ Finirà per essere una selezione di classe”
Marco Meotto, storico e docente di scuola superiore di secondo grado, fa parte della Rete Nazionale Istituti Tecnici e critica l’appiattimento dell’istruzione tecnica sui bisogni produttivi delle aziende: “Questa intenzione è evidente all’interno nel DM che istituisce il riordino. Si vogliono tagliare le discipline di base e verrebbero ristrutturate le attività pratiche sulle necessità produttive del territorio. Noi siamo contro questo tipo di istruzione tecnica perché la snatura. È un tipo di visione che vuole professionalizzare e insistere su presunte vocazioni di studenti meno portati per il sapere teorico, ma è una menzogna. Finirà per essere una selezione di classe. Chi non avrà alle spalle famiglie che hanno voglia di investire, rischiano di restare prigionieri della loro condizione. Noi vogliamo che chi frequenta il tecnico abbia un bagaglio scolastico all’altezza per frequentare, se vorrà, l’università”
L’opinione che circola tra i partecipanti alla manifestazione è che la riforma promossa del ministro Valditara abbia più che altro lo scopo di risparmiare, ulteriormente, le risorse destinate al sistema scolastico. “Riteniamo che il prossimo bersaglio sarà portare tutta l’istruzione secondaria ai quattro anni non solo quella degli istituti tecnici – continua Meotto -. Se tagli un anno in tutto il sistema risparmi una grossa cifra per la spesa pubblica. Eppure i soldi per altre cose si trovano e gli studenti che sono qui oggi sono consapevoli che i fondi per le spese militari ci sono”.
Lo scrittore e docente Christian Raimo reputa che piuttosto ci vorrebbe il 5+1 per permettere ai giovani di formarsi davvero. Fare in quattro anni quello che si fa in cinque non è la stessa cosa. Il percorso dello studente o della studentessa si svuota di significato e di contenuto». Ma concretamente come si accorpano due anni in uno? La diffusione del modello 4+2 in Piemonte c’è, ma in maniera abbastanza contenuta
La docente: “Sembra che ci sia dietro uncriterio casuale”
A Torino, all’ l’ITTS Carlo Grassi, per esempio, in un’ora vengono svolte due materie contemporaneamente, già dal primo anno, con delle combinazioni alquanto bizzarre.
“In alcune classi sono state accorpati diritto e disegno tecnico, in altre diritto e spagnolo – racconta la rappresentante sindacale e docente dell’istituto, Annalisa Trombetta -. Non sono materie affini, ma il vero problema è che non sappiamo niente del criterio dietro, se non che sia casuale. L’interdisciplinarietà va bene a partire dal 4°/5° anno per corsi come fisica e meccanica ad esempio. Associare discipline che non hanno nulla a che vedere tra loro azzera qualunque possibilità di imparare qualcosa. Ormai la dirigente ha esautorato il collegio docenti e agisce in autonomia. Chiaramente a rimetterci sono gli studenti. Sono molto confusi, fanno fatica a capire quello che stanno imparando e durante le verifiche non hanno i risultati sperati. Il disagio è ancora più ampio nell’ultimo anno, quando i voti di maturità purtroppo sono quello che sono e hanno una conseguenza sullo sbocco lavorativo. Da insegnante spero che anche i genitori facciano sentire la loro voce contro questa riforma”.
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