il Piano Casa divide politica e Comuni
Un miliardo e settecento milioni sul tavolo, l’ambizione di rimettere a nuovo sessantamila alloggi e la promessa di centomila nuove case popolari entro il 2036.
Il “Piano Casa” varato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 30 aprile non è solo una manovra economica: è una scommessa politica firmata da Giorgia Meloni e Matteo Salvini che punta a scuotere dalle fondamenta il mercato immobiliare e sociale del Paese.
Ma mentre il Governo accelera, tra sindacati e amministrazioni locali cresce un coro di dubbi che va dai dubbi sulle coperture finanziarie alla paura di una nuova ondata di tensioni sociali.
I tre pilastri della “Nuova Edilizia”
La strategia di Palazzo Chigi si muove su un triplo binario. Il primo obiettivo è la cura del ferro e del mattone: recuperare quelle case popolari (Erp) che oggi restano vuote perché ridotte a ruderi per mancata manutenzione.
Solo a Roma, questo “tesoretto” degradato conta circa mille appartamenti gestiti da Ater, spesso al centro di furibondi scambi di accuse tra la Regione Lazio e i movimenti per la casa. Per tagliare i tempi, entrerà in scena un Commissario straordinario.
Il secondo pilastro è finanziario: una “mega cassaforte” gestita da Invimit (Ministero delle Finanze) che dovrebbe convogliare oltre 10 miliardi di euro tra fondi europei e statali, con comparti dedicati a ogni singola Regione per garantire che i soldi restino sul territorio.
Infine, c’è l’apertura ai privati. Il patto è chiaro: lo Stato promette una burocrazia “lampo” e semplificazioni drastiche; in cambio, i costruttori dovranno garantire che almeno il 70% degli alloggi realizzati sia destinato all’edilizia convenzionata, con prezzi di vendita o affitto scontati del 33% rispetto al mercato.

Pugno di ferro sulle occupazioni: sfratti in 15 giorni
Parallelamente alla parte costruttiva, il Governo Nordio ha inserito una norma destinata a far discutere: la tolleranza zero contro le occupazioni abusive. Con una procedura d’urgenza, il decreto di rilascio dovrà essere emesso entro 15 giorni.
La novità, però, non riguarda solo chi forza una serratura, ma anche gli inquilini morosi o con contratto scaduto. Chi resta nell’immobile oltre il termine fissato dal giudice dovrà pagare una penale salatissima: l’1% del canone mensile per ogni giorno di ritardo.
Il fronte del “No”: propaganda o realtà?
Non tutti, però, brindano. Silvia Paoluzzi, dell’Unione Inquilini, bolla l’operazione come «propaganda», sottolineando come i fondi annunciati siano dilazionati fino al 2030, rendendo impossibile un intervento immediato.
Le fa eco Angelo Bonelli (Europa Verde), che attacca frontalmente i numeri del Governo: «Per 60.000 alloggi servirebbero 12 miliardi, non 1,7. Questo è un regalo ai costruttori che permetterà di scavalcare i piani regolatori».
Anche dal Campidoglio arrivano segnali di freddezza. L’assessore alla Casa Tobia Zevi, insieme all’Alleanza Municipalista, chiede un confronto urgente: il timore dei sindaci è che il Piano utilizzi fondi già destinati ai Comuni per la rigenerazione urbana.
«Senza investimenti in soluzioni alternative — avvertono gli assessori — gli sfratti lampo scaricheranno sulle spalle dei Comuni costi sociali ed economici insostenibili».
La sfida è aperta: tra la necessità di dare un tetto a chi non lo ha e il rischio di favorire la speculazione, il Piano Casa si appresta a diventare il nuovo terreno di scontro tra il governo nazionale e le grandi città italiane.
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