Dal gomito del tennista ad Alcaraz: gli infortuni di campioni e appassionati
In principio fu il “gomito del tennista”. Per decenni l’epicondilite è stata il simbolo universale delle sofferenze di chi impugna la racchetta, un marchio di fabbrica del dolore legato a gesti ripetuti e attrezzature d’epoca. Oggi, mentre il Foro Italico riaccende i riflettori sugli Internazionali d’Italia, lo scenario è radicalmente mutato. Roma accoglie Jannik Sinner in un clima di euforia, ma deve fare i conti con l’assenza pesante di Carlos Alcaraz, il suo principale, a tratti unico, avversario. Il forfait dello spagnolo non è solo una notizia di cronaca sportiva, ma un caso di studio biomeccanico che solleva interrogativi sulla sostenibilità del tennis moderno, dove l’atleta è una macchina complessa spinta costantemente al limite del fuorigiri.
Il “giocatore della domenica” tra prevenzione e segnali d’allerta
Se nel professionismo domina l’infortunio da usura, nel mondo dei dilettanti la mappa del dolore è più variegata e spesso si sposta dal braccio alle gambe. Sebbene l’epicondilite resti un classico dovuto a una tecnica imperfetta, il vero rischio per l’amatore risiede negli arti inferiori: distorsioni della caviglia e sofferenze alle ginocchia sono all’ordine del giorno per il “giocatore della domenica” che affronta scatti bruschi senza un’adeguata preparazione. Per ridurre questi rischi, dagli esperti arrivano consigli e segnali d’allarme da non sottovalutare. Si inizia dalla prevenzione, che dovrebbe diventare parte integrante della routine con il riscaldamento: dieci minuti di mobilità articolare riducono del 30% il rischio di lesioni acute.
Altrettanto cruciale è l’attenzione all’attrezzatura, in particolare alle calzature: l’uso improprio di scarpe da running sulla terra rossa, prive del necessario supporto laterale, rappresenta la prima causa di trauma distorsivo. Infine, è essenziale imparare ad ascoltare i messaggi del corpo, considerando ogni fastidio persistente al polso o al gomito che superi le ventiquattro ore non come semplice stanchezza, ma come un segnale di allerta per un sovraccarico in corso. Come sottolinea il professor Rodolfo Lisi, chinesiologo, specialista in scienze e tecniche delle attività motorie e tra i massimi esperti di infortuni nel tennis: «La suscettibilità agli infortuni è il risultato di una complessa interazione tra fattori intrinseci ed estrinseci, e non può essere ridotta a un singolo episodio». Per l’amatore, questa interazione è spesso sbilanciata da una scarsa “manutenzione” del fisico fuori dal campo.
Il caso Alcaraz: anatomia di un sovraccarico muscolare
Il recente infortunio di Carlos Alcaraz ha acceso i riflettori su una zona specifica: il polso e l’avambraccio destro. Si è trattato, nello specifico, di un edema muscolare al muscolo pronatore rotondo, una condizione che genera dolore acuto durante la rotazione dell’avambraccio e l’impatto con la palla, rendendo impossibile la gestione del topspin esasperato che caratterizza il gioco dello spagnolo.
«L’infortunio di Alcaraz va letto con grande cautela», spiega Lisi, autore del libro pluripremiato “Quattro infortuni per quattro campioni” sui malanni di Nadal, Djokovic, Murray e Del Potro. «Nel tennis d’élite ogni atleta rappresenta un sistema a sé. Nel caso specifico, il giocatore arrivava da una sequenza straordinaria di risultati sul cemento – Australian Open, Doha, Indian Wells e Miami – una superficie notoriamente più impattante per l’apparato muscolo-scheletrico». Il polso di Alcaraz ha pagato il conto di una transizione tecnica non metabolizzata, dove la forza necessaria per generare potenza sulla terra rossa è andata a scontrarsi con tessuti già stressati dai mesi precedenti trascorsi sul “duro”.
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