Umbria

«Caso Fentanyl a Perugia: servizi vanno rafforzati non criminalizzati»

di Chia.Fa.

«La priorità, in un caso come quello del Fentanyl Perugia, dovrebbe essere rafforzare i servizi, non metterli sotto accusa: la vicenda sia l’occasione per chiarire e rafforzare le garanzie operative di chi opera nei servizi». Questa la netta presa di posizione di Stefano Vecchio, presidente del Forum Droghe, che da oltre 30 anni si occupa di politiche sulle droghe anche a livello internazionale, sul decreto di citazione a giudizio recapitato nei giorni scorsi a una apicale e due operatori sociali della cooperativa Borgorete di Perugia, che gestisce per conto della Usl 1 «servizi di riduzione del danno per i soggetti assuntori di sostanze stupefacenti»: i tre saranno processati per favoreggiamento in relazione al caso della dose di eroina contenente Fentanyl spacciata a Perugia nella primavera del 2024.

Esprimendo «solidarietà e vicinanza» ai tre di Borgorete, il presidente del Forum Droghe sostiene che «la vicenda impone una riflessione pubblica e politica», perché «chi lavora nei servizi di riduzione del danno opera ogni giorno in contesti complessi, spesso in condizioni difficili, con l’obiettivo di prevenire morti, intercettare rischi, costruire relazioni di fiducia con persone che altrimenti resterebbero completamente fuori dal sistema dei servizi».

In questo quadro, il presidente Vecchio sottolinea, da una parte, che «il punto decisivo è non confondere la tutela della salute con l’attività investigativa» e, dall’altra, ricorda che «i servizi non sono presidi di polizia giudiziaria, ma strumenti sociosanitari riconosciuti, necessari e fondati su un presupposto essenziale». Il messaggio che arriva a Perugia dal Forum Droghe è quindi chiaro: «Trasformare questi servizi in terminali dell’indagine penale significa snaturarne la funzione e allontanare proprio le persone più esposte ai rischi».

La Procura di Perugia ai tre accusati di favoreggiamento contesta, in sintesi, di aver rappresentato circostanze non vere e di non aver fornito elementi utili agli investigatori all’identificazione dell’assuntore, che gli aveva consegnato la dose contenente Fentanyl, a cui gli investigatori erano interessati per risalire allo spacciatore, finendo per ostacolare le indagini.

Il ragionamento del presidente del Forum Droghe, organizzazione che è anche membro dell’International drug policy consortium, ruota intorno alla fiducia tra assuntore e operatore sociale, che «se incrinato produce un danno enorme», perché «le persone non porteranno più le sostanze ad analizzare, non chiederanno aiuto in caso di rischio, non segnaleranno situazioni potenzialmente letali».

In questo quadro, Vecchio sostiene che «i servizi di drug checking, di prossimità e di bassa soglia», definiti «parte integrante delle strategie più avanzate di salute pubblica», sarebbero «efficaci proprio perché creano uno spazio protetto, non giudicante, in cui è possibile prevenire overdose, contaminazioni e decessi», sulla scorta della «riservatezza, dell’accessibilità e della credibilità degli operatori agli occhi di persone che usano sostanze».

Da qui la convinzione del Forum Droghe, secondo cui, nel caso del Fentanyl a Perugia «la priorità dovrebbe essere rafforzare i servizi, non metterli sotto accusa: se una sostanza contaminata arriva sul territorio, il primo obiettivo deve essere far emergere rapidamente l’informazione, diffondere allerte sanitarie, proteggere le persone. Questo è possibile solo se chi usa sostanze sa di poter contare su operatori indipendenti, competenti e rispettosi della riservatezza».

Il processo per favoreggiamento che si aprirà a febbraio a Perugia per l’organizzazione rappresenta un motivo in più per definire «un quadro certo che protegga il lavoro sociosanitario, la confidenzialità della relazione d’aiuto e l’accesso sicuro ai servizi, soprattutto in presenza di scenari di rischio legati alla comparsa di oppioidi sintetici e sostanze adulterate. «Criminalizzare o intimidire chi lavora su questo fronte è una scelta pericolosa, miope e controproducente», sostiene Vecchio secondo cui «i rischi connessi all’uso di droghe non si evitano rompendo il legame tra operatori e consumatori, ma investendo in riduzione del danno, drug checking, prossimità, informazione e salute pubblica».

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