Calabria

Limbadi ricorda Maria Chindamo la donna uccisa perché volle vivere “libera”

L’anniversario della scomparsa di Maria Chindamo è una ferita aperta che tocca la coscienza civile dell’intero Paese. Domani saranno dieci anni da quella mattina del 6 maggio 2016, quando Maria scomparve davanti al cancello della sua azienda agricola a Limbadi, lasciando dietro di sé solo tracce di sangue e un silenzio assordante. Maria non è stata solo una vittima della ‘ndrangheta; è stata una vittima del pregiudizio arcaico.

Dopo il suicidio del marito, aveva scelto di restare in Calabria, di abbandonare la sua professione di commercialista per gestire in prima persona le terre di famiglia e di ricostruirsi una vita in autonomia. Questa sua libertà, il rifiuto di piegarsi a logiche di sottomissione, è stata la sua “colpa” agli occhi dei suoi aguzzini. Per anni il caso è rimasto avvolto nell’oscurità, ma le indagini recenti (grazie anche alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia) hanno delineato uno scenario agghiacciante. Un mix di interessi legati al controllo dei terreni e una “punizione” per la sua condotta di donna indipendente, che osava vivere alla luce del sole una nuova relazione.
L’articolo completo è disponibile sull’edizione cartacea e digitale


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