Cultura

The Leaf Library – After the Rain, Strange Seeds

Dopo anni passati a orbitare in quella zona un po’ indefinita tra culto per pochi e perfetti sconosciuti, i londinesi The Leaf LibraryKate Gibson alla voce, Matt Ashton alla chitarra, Lewis Young tra batteria e synth e Gareth Jones al basso – sono in giro da abbastanza tempo da sapere esattamente cosa stanno facendo… anche quando sembra che in questi anni abbiano inutilmente cercato di trovare un punto fermo. Tornano con “After The Rain, Strange Seeds”: il titolo già dice tutto, piove, spuntano cose strane e tu non sei mai del tutto sicuro se sia un buon segno oppure no.

Il disco si muove nel loro territorio naturale: ricordi poco affidabili, paesaggi che sembrano osservarti indietro e una sensazione costante che qualcosa non sia esattamente dove dovrebbe essere. Non ci sono vere storie, ma frammenti: un pomeriggio troppo luminoso per essere innocente, un rapace che gira in tondo sopra un’autostrada (probabilmente più centrato lui di chi sta sotto), il meteo che smette di essere un argomento da ascensore e diventa quasi una presenza narrativa. È come se ogni canzone dicesse: “ti ricordi questa cosa?” e subito dopo aggiungesse “sicuro?”.

Credit: Bandcamp

L’album vede anche il ritorno degli Iskra Strings di James Underwood, un quartetto d’archi che rende ancor più caldo e avvolgente il suono della band.

L’inizio è quasi ingannevole. “Colour Chant” apre con un’atmosfera ipnotica, tra chitarre quasi tribali e voce ritmica, come se qualcuno stesse davvero “spargendo qualcosa in un campo”, non è chiarissimo cosa, ma sembra importante. Poi arrivano le chitarre jangle e una specie di apertura verso qualcosa che assomiglia alla speranza. Subito dopo “Still & Moving” riporta tutto su coordinate più pop, ma senza perdere quella patina sospesa.

Musicalmente è il loro lavoro più “accessibile” che nel loro caso significa che, ogni tanto, ti concedono anche un ritornello senza farti firmare un modulo. Le coordinate sono chiare: Yo La Tengo nei momenti contemplativi, The Clientele quando arriva quell’autunno interiore fuori stagione e gli Stereolab quando decidono di ipnotizzarti con gentilezza.

Dietro le quinte c’è John McEntire, che con Tortoise e The Sea and Cake ha costruito una carriera sul suonare leggero lasciando però sempre un retrogusto leggermente inquieto. Qui prende materiali ultra familiari e li organizza in modo tale che, alla fine, ti senti un filo disorientato senza sapere bene perché.

Nonostante la ricchezza degli arrangiamenti, il disco non suona mai costruito: c’è una naturalezza quasi “live”, come se i brani fossero cresciuti insieme più che assemblati, lasciati sviluppare lentamente invece che rifiniti fino a perdere aria.

“The Reader’s Lamp” è uno dei punti chiave: jangle malinconico, apparentemente innocuo, ma con quella sensazione di “cadere all’indietro” che non ti spiega mai del tutto. Subito dopo, “Sun In My Room” devia leggermente verso una psichedelia gentile, tra immagini di “memorie sott’acqua” e piccoli dettagli sonori che sfuggono appena li afferri.

Quando rallentano davvero, come in “Carry a River in Your Mouth”, lo fanno togliendo invece che aggiungendo: arrangiamento scarno, voce in primo piano, e improvvisamente tutto pesa un po’ di più.

Con “Catch Up, Isobel” la band scrive una canzone, forse per sbaglio, che ha tutti i connotati per essere una vera hit, la forma canzone qui trova un perché e diciamocelo chiaramente, è davvero un bel momento musicale

E poi arriva “Some Circling”, che decide di smettere di fare la canzone educata e diventa un pezzo da nove minuti: batteria precisa, chitarre che si inseguono, struttura che si apre e si richiude. È il momento in cui capisci che sotto tutta quella gentilezza c’è anche una certa ostinazione.

Il finale con “There Was Always A Golden Age” rimette tutto in prospettiva: archi, crescendo, una bellezza che resta tale ma con un’ombra lunga dietro. Non è nostalgia, è qualcosa di più ambiguo — come ricordare un tempo che forse non è mai esistito davvero.

“After The Rain, Strange Seeds” non è un disco che ti mette subito a tuo agio, non ti prende per mano accompagnandoti in quei paesaggi strani che descrive. Ti cammina accanto in silenzio, ogni tanto fa un’osservazione strana e poi sparisce mentre stai ancora cercando di capire cosa intendesse.

E alla fine il punto è proprio quello: non capire tutto, ma restare dentro quella sensazione instabile.
Come quando sei sicuro di ricordare qualcosa, come quei sogni limpidi che ti appaiono chiari al risveglio… finché non inizi a raccontarli.


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