Viaggi e turismo

A Ikaría, l’isola della lunga vita e delle «Panigíria» dove c’è ancora Dioniso

Se Ikaría fosse un libro, sarebbe Full of life di John Fante. C’è tutta la vita possibile – e nelle sue mille facce – in quest’isola persa nell’Egeo scintillante. Ha tratti cicladici, con i suoi bianchi abbacinanti, il verde rigoglioso delle Sporadi e l’aspra roccia di tanto Dodecaneso. Qui, fra Samos e Mykonos, di tutto quel che c’è – ed è tanto – non manca nulla. Lo ricorda anche Gabriella, originaria di Bolzano e trapiantata in Grecia ormai una trentina d’anni fa, a Ráches, villaggio in collina, davanti alla Women’s Cooperative: «Arrivai a Ikaría in vacanza nel 1992, rimasi affascinata da villaggi e spiagge, dal calore della gente e da tanto verde, ci tornai e decisi di rimanerci. Nel 2009, con una decina di altre donne abbiamo fondato la cooperativa. Che è un bar-pasticceria e anche laboratorio dove lavoriamo ogni anno circa due tonnellate di frutta e verdura per realizzare marmellate e sottaceti». I tavoli sono affollati, c’è il brusio del mattino per un caffè greco e dolci deliziosi. Gabriella e le altre donne hanno creato posti di lavoro in un contesto non facile dal punto di vista occupazionale e fanno in modo che frutta e ortaggi dei singoli contadini non vadano persi. A Ikaría, isola da 9mila residenti, tutto è piccolo, a misura d’uomo, e per questo grande, e respira vita.

Nei silenzi blu di Ikaría

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Quella che un tempo era Dolochi

L’isola, che in passato si chiamava Dolichi prima e Makris poi per sottolinearne la forma lunga e stretta, prende il nome da Icaro, che precipitò qui per aver sfiorato il sole con le ali di cera. Oggi, questa terra non ha nulla dell’hybris del mito antico ma vive in una lentezza felice e coinvolgente, in un tempo che vale mille anni, tanto da essere fra le cinque Blue Zone del mondo. Insieme con Okinawa (Giappone), la Sardegna, Nicoya (Costa Rica), Loma Linda (California), è una delle aree dove la popolazione vive più a lungo. Qual è il segreto? Lo ha studiato sul campo Georgios Karimalis. Nella sua azienda vitivinicola, in collina, a Pigí, sotto un pergolato carico d’uva e con vista sul blu, le sue parole sono posate, lo sguardo lungo con le sue sopracciglia pronunciate che gli danno un’aria filosofale. È una lezione di vita, che lui porta nelle università del mondo durante i mesi invernali: «Non è una ricetta preconfezionata, ci sono materie prime coltivate naturalmente, buon cibo, movimento quotidiano, un bicchiere di vino e la capacità di pensare sempre al futuro». Come fa lo stesso Georgios con la moglie Eléni: la loro azienda, dove si producono 25mila bottiglie di vino che arrivano fino agli Usa e in Australia, lascia spazio anche a degustazioni di vini ottenuti da vitigni antichi come il Fokianó e a lezioni di cucina. Eléni ha un sorriso allegro e il suo sufikó, una specie di peperonata che sprigiona il sole della Grecia, vale da solo la visita alla tenuta Karimalis. Vicino alla quale non si può mancare la visita al monastero di Theoktístis, una piccola chiesa e tante celle scavate nella roccia viva.

Verso il mare

Da Pigí, si scende verso il mare in un dedalo di piccoli villaggi, in un’esplosione di oleandri e bouganville (caro signor sindaco, perché non utilizzare i fondi europei per migliorare la viabilità dell’isola?) per arrivare al villaggio di Armenistís. La spiaggia di Mesachti regala acque cristalline, come quella di Nas, che diventa scenografica all’ora del tramonto. Se ne erano accorti anche gli antichi che qui avevano eretto il tempio, le cui fondamenta sono ancora visibili, ad Artemide Tauropolos, databile al IV secolo a.C. L’archeologia è una delle tante facce di Ikaría: a Kámpos, l’antica Oinóe (dal termine greco che significa vino), si vedono ancora i resti dell’Odeion e dell’acquedotto.

A Évdilos, uno dei villaggi più grandi, si può scollinare dalla costa nord a quella sud, per fare tappa alla maldiviana spiaggia di Seychelles, incastonata nella roccia bianca e con acque fiabesche, che quel simpatico bimbo di Tommaso, con la sua mamma e il suo papà, amano tantissimo, e poi proseguire verso Ágios Kírykos, il capoluogo, scegliendo di dormire in alto, magari ai magnifici e silenziosi Drákano Studios con vista su Samos, Fourni e il mare infinito. Le vie sono strette strette, le taverne in riva al mare offrono le revithokeftédes, le polpette di ceci, o il conkathoúra, il formaggio morbido di capra, c’è un museo archeologico che è un gioiello, nato grazie alle conoscenze di Themistoklis Katsaros: «C’è poco di tutto sull’isola, così abbiamo sempre fatto lavorare il cervello – spiega Aggeliki Niapa, nata sull’isola e una vita ad Atene, come tutti gli isolani –, c’è soprattutto un bel vivere. Se chiedi a un Ikariota che ora è, lui ti chiederà se devi prendere una medicina. Ma ora è tempo di far fare un salto di qualità al nostro turismo. Dobbiamo abbandonare il nostro isolazionismo (Ikaría è una roccaforte comunista, già prigione di deportati politici nel Novecento, ndr) per dare nuove opportunità, soprattutto ai giovani, affinché possano lavorare e rimanere sull’isola».

Il sito archeologico di Drákano

Le possibilità non mancano, come le acque termali in quell’angolo spettacolare che è Thermá, la spiaggia di Fáros e Ieró o le visite al sito archeologico di Drákano, ricordato anche da Strabone, con la sua fortezza di età ellenistica.


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