Ambiente

Se la cultura prende sul serio l’idea di Europa

Tra Roma e Parigi la cooperazione culturale prova a cambiare natura: non più scambio di prestigio, ma infrastruttura strategica. A tre anni dall’entrata in vigore del Trattato del Quirinale e a ridosso del 9 maggio, Giornata dell’Europa, la questione non è più se l’asse Italia-Francia esista, ma se voglia finalmente darsi una forma culturale adulta. La tavola rotonda del 13 maggio a Palazzo Farnese – La diplomazia culturale europea in tempo di conflitti – presentata dall’Ambasciatrice Anne-Marie Descôtes, con Federica Olivares, Francesco Rutelli, Gilles Pécout e la conduzione di Elisa Anzaldo, obbliga a una domanda più scomoda: quando Italia e Francia parlano di cultura, stanno celebrando il proprio passato remoto o tentando di costruire un pezzo di futuro europeo? Per troppo tempo la cooperazione culturale tra i due Paesi si è nutrita di una rendita simbolica tanto ricca quanto rassicurante: mostre, anniversari solenni, stagioni incrociate, reciproci omaggi. Tutto magnifico, tra tartine e brindisi. Ma in un’Europa attraversata dalla guerra, dalla pressione dei nazionalismi, dalla fragilità democratica e dalla trasformazione tecnologica, non basta più. La cultura o torna a essere infrastruttura, oppure si riduce a cerimoniale. Per questo la presenza di Pécout conta, e conta moltissimo. Non solo perché presiede la Bibliothèque nationale de France, ma perché in lui si incontrano storia, istituzione e visione politica. Storico dell’Italia, co-redattore del Trattato del Quirinale, appartiene a una tradizione che in Francia appare ancora naturale e che in Italia sorprende: quella per cui uno storico può essere non un ornamento del discorso pubblico, ma una risorsa di Stato.

I conflitti contemporanei non riguardano solo territori, sicurezza ed energia, ma memorie, narrazioni, immagini di civiltà, legittimazioni simboliche. Hollywood, nel secolo breve, non è stata soltanto un’industria dell’intrattenimento, ma una macchina di universalizzazione simbolica. Oggi la stessa partita si gioca, questa volta da noi, attraverso patrimonio, design, moda, audiovisivo, gastronomia. Il repas gastronomique recentemente riconosciuto dall’Unesco non è una somma di piatti ma una dichiarazione di civiltà. Su questo terreno l’asse Italia-Francia dispone di un capitale ineguagliabile. Il Trattato del Quirinale offre già una base politica più ambiziosa di quanto si dica: mobilità giovanile, protezione del patrimonio, collaborazione nelle industrie culturali e creative. È, almeno sulla carta, una grammatica operativa della diplomazia culturale. La domanda è se Italia e Francia vogliano davvero usarla, o preferiscano tenerla incorniciata.

La Francia dispone di una solida capacità di trasformare cultura e interesse generale in architettura pubblica. L’Italia è più ricca di tessuto diffuso, creatività incarnata, patrimonio policentrico; ma spesso più debole quando si tratta di dare continuità strategica a questa ricchezza. La cooperazione tra i due Paesi ha senso solo se la cultura smette di essere vetrina: se resta un settore subordinato, produce burocrazia, non identità. Serve qualcosa di più leggero e permanente insieme: un osservatorio binazionale capace di scegliere ogni anno due o tre filiere strategiche; residenze incrociate per curatori, traduttori, artigiani, editori, designer; una committenza comune per produrre forme esportabili — mostre, podcast, documentari, atlanti del savoir-faire. E un indice pubblico che misuri non gli eventi, ma ciò che resta. Non quanti vernissage, ma quante idee sopravvivono all’estate.

Il salto vero riguarda tre compiti che suonano semplici: rischio, narrazione, istituzione. Rischio, cioè capacità di trasformare le differenze tra i due Paesi in laboratorio produttivo, e di scommettere sulla diversità culturale — principio sancito dal Trattato di Lisbona — contro la tentazione del mainstream. Narrazione, cioè capacità di parlare anche fuori da Roma e Parigi — nel Mediterraneo, in Africa, nelle Americhe, perfino nella provincia profonda d’Italia e di Francia. Istituzione, cioè presìdi nuovi e leggeri: una scuola europea di diplomazia culturale applicata, un fondo di committenza per gli immaginari del continente, un’agenzia di traduzioni. A questa architettura andrebbe aggiunta una filiera degli autori e dei formati: una piccola biblioteca italo-francese del presente europeo, una piattaforma audiovisiva sul modello aggiornato di ARTE per documentari e cinema del reale, un fondo congiunto per autori e podcast-maker, un festival della cultura materiale tra enogastronomia, design, artigianato. Non basta far viaggiare i capolavori: bisogna far viaggiare le forme, i linguaggi, le idee. L’alleanza Italia-Francia ha tutti gli elementi per diventare un laboratorio europeo di diplomazia culturale: il patrimonio, la storia, la densità simbolica, perfino il quadro politico. Ciò che le manca è il coraggio di trattare la cultura non come un supplemento di prestigio, ma come una politica del possibile. E il possibile, questa volta, ha la forma di un continente che smette di raccontarsi e torna a costruirsi.


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