La luce di Mana Ghe contro le “anime nere”. Gioacchino Criaco ci parla del suo nuovo romanzo
Gioacchino Criaco è tornato. Ma la sua letteratura, in effetti, non smette di tornare: a quell’Aspromonte amatissimo che è radice e orizzonte inevitabile delle sue storie e della sua scrittura. Perché è anzitutto luogo intimo e collettivo, scrittura di destini che parte da molto lontano nel tempo. A 18 anni da «Anime nere», il folgorante esordio tradotto in più lingue e diventato nel 2014 un film di culto diretto da Francesco Munzi, dopo sette romanzi, adesso altre “anime nere” affollano la pelle lucente della Grande Madre aspromontana, e altre traiettorie, ma non luminose, si disegnano oltre l’oceano, tra la Calabria e Toronto, tra la Calabria e Acapulco. Sono tracce di nostalgia e d’odio – ben confuse tra loro – in una storia di padri e di figli malamente strappati gli uni agli altri e mandati in altri nidi, come uova avvelenate. Non a caso il protagonista, animale totemico, è il cuculo: tra le pagine di «Dove canta il cuculo» (Piemme), appena uscito in libreria, si leva, riconoscibile e inquietante, il suo canto di morte. E una trama avvincente si dipana tra il Vecchio e il Nuovo Mondo. O forse tra il Vecchio e il Vecchissimo mondo, quello dei pastori, della Montagna Sacra e della sua ricchissima povertà: un mondo non meno feroce, da dove vengono i semi della violenza di oggi, gli anziani mandanti spietati, i giovani gruppi di fuoco (i ragazzi del «tir’a palla»). Il tema è sempre quello: lo stupore e la violenza, l’amore e l’orrore, la famiglia come campo minato e come rifugio, il destino come desiderio e peso. E le vicende di ’ndrangheta come superficie (insanguinata) di storie molto più profonde. Ne abbiamo parlato con l’autore.
La tua scrittura parte dall’Aspromonte, torna in Aspromonte per quanto tu possa mandarla in giro per il mondo. Si esce mai da lì? Tu ne indichi la forza profonda ma anche il male che vi si annida, che qui è proprio l’io narrante del vecchio boss Salvo Pizzi: una voce ipnotica ma pure sconcertante. Cosa è il tuo Aspromonte, la tua casa, la casa della tua scrittura? Siamo costretti a non uscire mai dal nostro luogo originario e a subirlo, o possiamo farne forza per andare oltre?
«Ho ucciso un grande Toro nero diciotto anni fa. Anime Nere comincia così: i ragazzi dell’Aspromonte ammazzano la Montagna, la sfregiano, se la devono inimicare per abbandonarla. La montagna è Mana Ghe, la grande madre, che, offesa, da fata si trasforma in strega, diventa Lamia, l’ombra che insegue, un’ossessione che non dà tregua. I ragazzi iniziano un viaggio infernale. Io li abbandono, vado per altre vie, altre piste letterarie, strade di luce. Dopo diciotto anni l’ossessione si ripresenta, più incombente di prima. I ragazzi sono adulti, vecchi: oltre a subirlo, l’inferno lo hanno distribuito in giro per il mondo. I Cuculi, oggi hanno ammazzato di nuovo il Toro, per farne l’inimicizia definitiva, per condannare senza appello la Madre che non li ha protetti, che ha lasciato che venissero depredati e rapiti da un Occidente che è più cattivo di loro. Le ossessioni, anche quelle narrative, si superano affrontandole, non puoi ammazzarle con un tiro a palla. È una lotta, piegati dal dolore, la violenza è peccato mortale, a volte è una richiesta d’aiuto».
Il cuculo è un simbolo forte: ladro e usurpatore di nidi, dal canto di morte. Sembra proprio quel cancro nero per il nostro Sud che sono le mafie. Ma il cuculo non ha colpa del suo modo di essere; è la legge di natura. E questa è una storia di uova che si schiudono nei nidi degli altri…
«Non ho mai incontrato un personaggio terribile, maleodorante come Salvo Pizzi, non c’è animale più cattivo in natura del cuculo. Eppure non riesco a non avere pietà di chi è un abbandonato per destino genetico. Se la ‘ndrangheta è la scusa, il tema vero è l’abbandono, un buttare via un’anima già dal suo concepimento. Genitori che ammazzano, molto lentamente, i figli, costringendoli a condividere il loro male, a sporcarsi di peccato mortale».
Padri, figli, orfani: in un mondo in cui tutto si gioca su quel «tu a chi appartieni?» hai mescolato le carte e confuso le acque (l’amnio…). E tutto tra le braccia della Grande Madre che pure cova figli degeneri (penso al boss, alla sua voce feroce che pure esprime ammirazione e persino amore per la bellezza del “suo” luogo, quell’Aspromonte che lui vuole tutto, per intero): c’è un’innocenza originaria, e qualcuno che può rivendicarla o liberarla, o siamo condannati al male («sono nato spina e non lo sapevo, spina sarò fino alla fine»)?
«C’è un peccato, non originale, che nasce in secoli di tradimento: una madre dolce, benevola che i figli espongono al vilipendio. Non l’abbiamo saputa difendere la nostra terra, non siamo stati valorosi soldati. Ci siamo arresi al denaro, abbiamo voltato le spalle alla prospettiva di pace, abbiamo cercato di sopprimere l’universo femminile, ci siamo scambiati, a carte, l’Oriente con l’Occidente, e Mana Ghe è diventata Lamia. L’Aspromonte non è un periferico lembo di terra vivo solo per note vicende di cronaca, è un universo parallelo in cui il popolo dei monti ha provato a resistere all’omologazione. La difesa non è stata adeguata. Ma la resistenza non è completamente debellata…».
Le donne nel romanzo sono madri messe a durissima prova, costrette a scelte dolorose. Spesso nei tuoi romanzi le donne sono raggi di luce, possibilità di svolta. Ma questa è una storia “patrilineare”, in cui la grazia e la forza delle donne può poco, anzi finisce per fare sempre il gioco della violenza dei padri.
«Nell’intervallo, ventennale, fra Anime Nere e Il Cuculo, le donne hanno provato a costruire la via di una prospettiva migliore, sono state argine a una deriva, soprattutto morale. Qua l’universo umano si scinde. Quello femminile abbandona il lato maschile del connubio, si convince che non possa più essere salvato. Proteggiamo le femmine e rassegniamoci a veder morire i maschi. L’Addolorata depone il Corpo del Cristo».
Il tuo boss ridicolizza le forze dell’ordine: la sua scorta che lui gabba regolarmente e che, paradossalmente, protegge un criminale, è descritta come stolida e pure avida. Tutti tranne uno, quello “bravo” e resistente a lusinghe e doni, che infatti bisogna allontanare (grazie a “maniglie” politiche). Nessuna speranza, dal mondo della legalità e delle istituzioni?
«È un racconto fatto dal cuore, di pietra, di un cattivissimo. È il racconto di anime nere che sono divenute anime di pietra, da immorali passano ad amorali. Ma non viaggiano più dalla Locride a Milano, hanno costruito un ponte verso tutti gli angoli del mondo, e del pianeta conoscono i vizi e le pecche. Le Anime Nere erano convinte di essere loro quelli sbagliati, elemosinavano redenzione. I Cuculi ritengono di essere meno peggio di chi governa il mondo attualmente, che utilizza le loro stesse logiche criminali, più in grande. Non gliene frega nulla della salvezza, vogliono prendersi tutto quello che la loro violenza riesca a produrre. Schiere sterminate di giusti non ne vedono proprio».
Qualcuno di recente ha detto che non c’è letteratura calabrese dopo Alvaro. Che ne pensi?
«C’è molta più letteratura oggi, rispetto ai tempi di Alvaro. C’è, anche, moltissima letteratura femminile, che pure dal punto di vista narrativo avverte la necessità di soppiantare una prospettiva letteraria maschile che non riesce a liberarsi dall’incombenza di padri di penna che, con rispetto, andrebbero superati. C’è, in Calabria, letteratura che, sciascianamente, parte da un angolo per aprire e aprirsi al mondo e rivendica l’esistenza e la dignità di un pensiero, una visione, che sta a Sud, che ha temi propri, profondi. Io non mi vergogno di essere un capraio, ho smesso di vergognarmene da quando ho impugnato la penna, conosco 100 nomi diversi per chiamare, in greco aspromontano, la capra, da egà a chimera, e mille frasi d’amore da dire a mia moglie. Conosco il mondo ma sarò per sempre figlio della Montagna Lucente senza alcun rimpianto per i bagliori d’Occidente».
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