Fingiamo che l’orrore di Gaza non esista per continuare a vivere. Ma chi commette genocidi questa indifferenza la sfrutta
Questa mattina mi sono arrivate delle foto raccapriccianti di bambini morsicati dai topi a Gaza, ho letto l’articolo dove si racconta che le madri non dormono la notte per evitare che i topi mordano i figli, l’ho letto con orrore, l’ho fatto anche se avrei voluto chiudere quella pagina e fare finta di nulla. Me lo sono imposto perché ho una coscienza e perché mi sento responsabile per quanto sta succedendo.
Ma anche per me sarebbe molto più semplice ignorare questo tipo di tragedie, lasciarle lontano, in angoli di mondo che non hanno nulla a che vedere con la mia vita. Non sono una psicologa, quindi non posso commentare sul perché questa indifferenza mi esce fuori come uno scudo protettivo mentale, posso solo analizzare le mie reazioni e dire che la tentazione di non vedere, di non leggere non nasce dalla frustrazione, non è un atto di codardia, assomiglia piuttosto alla sconcertante manifestazione dello spirito di preservazione.
Non leggiamo, non guardiamo, facciamo finta che l’orrore non esista perché vogliamo continuare a vivere la nostra vita. Ogni volta che ci confrontiamo con le tragedie del mondo diventa problematico godersi i comfort dell’occidente e un pensiero scomodo inizia a girare nella nostra testa: è stata una fortuna nascere dove siamo nati perché se fossimo venuti alla luce a Gaza, in Afganistan, in Sudan o in uno dei tanti paesi piagati dall’orrore del mondo anche noi avremmo passato la notte svegli a proteggere i nostri figli dai topi, senza sapere cosa dargli da mangiare il giorno dopo.
La distanza geografica è la barriera che ci protegge e allo stesso tempo ci allontana da chi soffre. I maghi malvagi della politica, quelli che commettono i genocidi, questa cosa la sanno bene e la usano per commettere atrocità e deumanizzarsi. È questa l’inutile lezione della storia, inutile perché l’indifferenza geopolitica, vogliamo chiamarla così?, si ripete generazione dopo generazione.
Rivisitiamo per l’ennesima volta gli eventi degli anni Trenta. Mentre i primi campi di concentramento nazisti si riempivano di oppositori politici, zingari, omosessuali e naturalmente anche ebrei – chiunque non rientrasse nella definizione di ‘ariano’ – il mondo guardava altrove. I giornali occidentali pubblicavano ogni tanto un trafiletto. I governi facevano note di protesta formali. Ma nessuno ha interrotto le relazioni diplomatiche con la Germania nazista, nessuno ha bombardato le ferrovie per Dachau, nessuno ha fermato le camicie nere. La parola d’ordine, implicita, era: “Non sono affari nostri”.
Nel 1936, durante le Olimpiadi di Berlino, la Germania nazista rimosse temporaneamente i cartelli “Juden unerwünscht” (ebrei non graditi) per non turbare gli ospiti internazionali. Funzionò. Il mondo applaudì le coreografie di Leni Riefenstahl e se ne tornò a casa. Il resto della storia lo conosciamo bene.
Finiti i bombardamenti e distrutta la striscia, Gaza è un cimitero a cielo aperto dove i sopravvissuti sono imprigionati accanto ai cadaveri dei loro morti. La loro è una morte lenta, per fame, per malattie causate dai morsi dei topi. I leader europei parlano di “diritto a difendersi” senza mai nominare l’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta la punizione collettiva. Le Nazioni Unite approvano risoluzioni che Israele ignora, con gli Stati Uniti che pongono il veto o girano lo sguardo.
È così che il mondo gira, quello in cui noi ci godiamo la vita, i prepotenti quando si mettono insieme la fanno franca, ma non per sempre: prima o poi il loro desiderio di onnipotenza arriva come un’onda anomala anche a casa nostra. E quando questo succede la storia si ripete con la sua lezione più dura.
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