Michael, incassi record, ma non convince: il biopic su Jackson vince al botteghino ma perde con critica e pubblico
Michael era e resta un caso. Il pubblico gli dà il 96% di merito su Rotten Tomatoes. La critica si ferma al 38% ma attacca pesantemente la logica editoriale del film che il pubblico ama ma che i critici bocciano quasi unanimemente. Succede quando una storia è più grande del film che la racconta — e quando il film è prodotto da chi ha interesse a controllarne il racconto.
Novantasette milioni di dollari nel solo mercato americano nel weekend di apertura. E anche in questo fine settimana lungo del primo maggio, nonostante la concomitanza con l’uscita de Il Diavolo Veste Prada 2, le sale sono piene e quasi tutte prenotate.
I risultati del biopic Michael
Michael sta andando fortissimo: duecentodiciassette milioni globali, di cui 120 provenienti da 82 mercati internazionali. È quanto vale un record assoluto per un biopic musicale, davanti a Bohemian Rhapsody, Rocketman, ma anche a Ray, a Tina, a Straight Outta Compton e persino a Elvis. Secondo miglior debutto dell’anno intero dietro solo a Super Mario Galaxy. Lionsgate prevede che il film supererà i 700 milioni di dollari mondiali prima della fine della programmazione — il che lo piazzerebbe tra i film di maggior successo nella storia della casa di produzione.
I numeri di Michael, il biopic su Jackson diretto da Antoine Fuqua, sono inequivocabili. Tuttavia anche le recensioni lo sono, ma in direzione opposta. Il 38% di recensioni positive su Rotten Tomatoes su 229 critici — a fronte di un audience score del 96%, il più alto mai registrato per il genere. Un CinemaScore di A- dal pubblico uscito in sala. Un film che il pubblico ha già visto in massa, in molti casi più di una volta, e che la critica ha invece già archiviato come un’occasione persa. Non si tratta di una contraddizione insolita nel cinema commerciale, ma raramente la forbice è così ampia.

Michael, cosa non funziona
Il problema principale del film è strutturale, non tecnico. Michael è prodotto dalla famiglia Jackson e dalla sua estate che a sua volta è divisa al suo interno su questo progetto. La MJ Estate ha partecipato in modo consistente a un budget di quasi duecento milioni di dollari divisi tra Lionsgate, Universal, la stessa estate e un paio di businessman privati. Una catena di comando che si avverte in ogni scena in cui la storia si avvicina alle zone più buie di fronte alle quali – sistematicamente – arretra.
La vicenda degli abusi sessuali è assente dal plot per ragioni legali documentate: una clausola in un accordo di risarcimento impediva la rappresentazione dell’accusatore, il che ha portato a un’intera riscrittura del terzo atto durante i reshoot del giugno 2025. Ma l’assenza non è solo dietro a questa decisione di comodo ma anche a un atteggiamento diffuso, un riflesso condizionato che porta il film a schivare ogni angolo scomodo. Un film che si ferma al 1988, con il concerto di Wembley del Bad World Tour, e racconta un’ascesa senza ombre.
La famiglia Jackson divisa
Janet Jackson, la sorella di Michael, la più legata in assoluto alla popstar, è del tutto assente: ha rifiutato di partecipare al progetto e non ha voluto in alcun modo essere rappresentata ponendo un veto molto significativo.
Paris Jackson, figlia dell’artista, aveva già in fase di sviluppo definito una prima versione della sceneggiatura poco credibile. La critica anglosassone ha usato una parola ricorrente: sanitized, lasciando intendere che gli script erano una sorta di terreno isolato e bonificato. Il che ha portato a un ritratto levigato, costruito per celebrare ma senza disturbare.
Leaving Neverland, il documentario di Dan Reed del 2019, era stato definito dal team creativo di Michael come scandalosamente disonesto già nelle fasi di sviluppo. Quelle due visioni del medesimo soggetto non possono coesistere senza contraddirsi. Il film ha scelto una delle due, e quella scelta era già scritta nel contratto di produzione.

Michael, cosa funziona
Jaafar Jackson, nipote del Re del Pop e figlio di Jermaine, interpreta lo zio al debutto cinematografico con una credibilità fisica — allenato dagli stessi coreografi che avevano lavorato con Jackson — che nessun altro attore avrebbe potuto costruire da zero. La sua interpretazione è misurata, mai imitativa nel senso deteriore del termine.
Colman Domingo nei panni di Joe Jackson è l’elemento più convincente: il patriarca crudele, la disciplina imposta come violenza, il rapporto tra padre e figlio che determina tutto il resto. È lì che Fuqua trova il proprio punto di forza narrativo — l’unico spazio in cui il film si allontana dalla celebrazione per avvicinarsi a qualcosa di più vivo. Nel cast anche Nia Long nei panni di Katherine, la madre di Michael, Miles Teller nel ruolo dell’avvocato John Branca e Juliano Krue Valdi che interpreta il Michael bambino, assolutamente straordinario e che diversi recensori hanno indicato come la parte più efficace dell’intera operazione.
Quasi il 40% degli incassi del weekend di apertura è arrivato da schermi Imax e premium large format: il film è pensato per essere visto in grande, e in quei contesti il moonwalk su Billie Jean e la ricostruzione del video di Thriller hanno l’impatto che meritavano.

Perché il pubblico va comunque al cinema — e cosa aspettarsi
La risposta non riguarda la qualità del film: riguarda Michael Jackson. Il catalogo, la mitologia, la nostalgia. Chi va a vedere Michael non va a vedere un film: sceglie di stare due ore con la musica di Thriller, di Billie Jean, di Beat It. A fine film sui titoli di coda quegli stessi spettatori si lasciano andare a un ballo corale e liberatorio. Molti vanno in sala con guanti di brillantini e cappello a tesa larga.
È la stessa dinamica che ha fatto di Bohemian Rhapsody un fenomeno globale nonostante le recensioni mediocri: la musica trasporta, e il biopic diventa il veicolo per un’esperienza di ascolto collettivo che il pubblico non avrebbe altrove.
Lionsgate ha già segnalato di essere in fase di valutazione per almeno un secondo film. Il teaser alla fine del film – “His story continues” – è già nel finale dell’edizione attuale e dice molto più di quello che la sovrimpressione lascia intendere. Tutto il materiale sul periodo post-1988 — le accuse, i processi, Neverland, il declino — è lì, a disposizione. Se il sequel verrà realizzato con la stessa impostazione del primo, sarà la stessa storia. Se qualcuno troverà il coraggio di raccontare l’altra metà della storia, quella più oscura, potrebbe diventare qualcosa di molto più interessante.
Per adesso Michael è un film che sa fare esattamente quello che si era proposto: spettacolo, musica, nostalgia. Quello che non sa fare — e che non ha mai veramente provato — è la verità.
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