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Shinichi Atobe – Silent Way: Il monaco techno :: Le Recensioni di OndaRock

Si apre tra colpi di cassa e fruscii di nastro magnetico il nuovo lavoro di Shinichi Atobe, producer fondamentale per l’evoluzione del dub techno e nome fuori da ogni riflettore: la sua attività preferita, stando alla prima intervista che qualcuno si è deciso a chiedergli in venticinque anni di carriera, sono i lunghi pisolini. Una traiettoria oltremodo curiosa, segnata da un primo Ep del 2001 tra i più intensi della scena minimal di quegli anni, poi un silenzio durato oltre un decennio, interrotto grazie a Demdike Stare, che lo rintracciò e lo convinse a tornare. “Silent Way” è l’ottavo full-length, primo su Plastic & Sounds, l’etichetta che si è costruito da solo.

Rispetto al precedente “Discipline“, la novità principale è un suono più omogeneo e aperto, soprattutto lato stereofonia, con una presenza acustica avvolgente e calda. Le regole sono le stesse: equilibrio millimetrico tra deep house e dub techno, la volontà di creare una dance music per pellegrinaggi notturni, tra malinconia (“Phase 2”) e beatitudine positivista (“Blurred”). I sintetizzatori sono mossi da flebili sussulti, filtri ed echi che trovano una collocazione che mancava in altri suoi lavori. L’autore stesso sostiene di aver interrotto il suo debutto a inizio anni Zero per rendersi conto dei propri limiti tecnici e studiare la teoria musicale: un’evoluzione che sembra tutt’altro che conclusa.

Il disco pecca di una certa altalenanza stilistica, dando spazio a espedienti vivaci ma anche a selezioni che, se sacrificate, non avrebbero tolto poi molto. Tra una gentile lisergia e l’altra (“Fractal”) e l’apice della closing track (“Defect”), Atobe dà nuovamente spazio a una capacità indiscussa, anche se non del tutto a fuoco.

01/05/2026




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