«L’oratore», quando la parola ci salva. La storia del giovane Felice girata in una Calabria dall’anima antica

Certe storie non finiscono. Fanno dei giri immensi poi ritornano… oppure nascono al contrario. È successo a «L’oratore», il film di Marco Pollini, regista e produttore, che arriva nelle sale oggi: prima era una sceneggiatura, poi il Covid-19 ha fermato tutto e quella sceneggiatura è diventata romanzo (edito da Santelli), quindi il romanzo è tornato cinema. La storia è quella di Felice, vent’anni, cresciuto in un quartiere popolare del Sud. Sogna la musica, compra un pianoforte a coda con i soldi di un usuraio, suona nelle piazze. Poi i ragazzi del quartiere glielo distruggono. Felice scappa, si ritrova in una chiesa, improvvisa un discorso a un funerale. Le parole escono da sole, pulite, emozionanti. Da quel momento diventa “l’oratore”, il ragazzo dei funerali.
Prodotto da Ahora! Film con il contributo della Fondazione Calabria Film Commission, la pellicola vede protagonisti Marcello Fonte (Marco Macrì, un personaggio carismatico e ambiguo, sorta di mentore/antagonista), Manuel Nucera (Felice), Paola Lavini, Giorgio Colangeli (don Antonio), Saverio Malara e il giovane pianista Alessandro Gervasi. Il cast sarà in sala sabato 2 maggio al Supercinema di Soverato (ore 18:30) e al Multisala Lumière di Reggio Calabria (ore 21), domenica 3 al San Nicola di Cosenza (ore 20). Abbiamo chiacchierato con Marco Pollini…
«L’oratore» nasce come romanzo nel 2020 e ora è diventato film. Cosa ti ha spinto a traslare questa storia dal letterario al cinematografico?
«In realtà nasce prima come progetto cinematografico. L’idea iniziale era quella di realizzare un film, tanto che la prima forma della storia fu una sceneggiatura. Poi arrivò il 2020: il settore si fermò a causa del Covid-19 e i tempi del cinema si bloccarono. A quel punto, ho scelto di trasformare quel materiale in un romanzo, senza tradire l’impianto originario. Anche il libro è scritto con uno sguardo molto visivo, tutto al presente. Per questo il ritorno dalla pagina allo schermo è stato naturale: il dna della storia era già cinematografico. Penso sempre per immagini, anche quando scrivo».
Il protagonista, Felice, passa per un caso fortuito dalla musica alla parola, dal pianoforte all’orazione funebre. Come hai costruito questa transizione drammaturgica?
«Felice cresce in un contesto difficile, segnato da precarietà e assenza di punti di riferimento. Il suo primo rifugio è la musica. Nella prima parte il pianoforte rappresenta il sogno, il talento, l’ingegno di chi si inventa un lavoro suonando per strada. Poi però la realtà lo travolge. Alcuni problemi con i ragazzi del quartiere lo costringono a fuggire. È lì che avviene la svolta: quasi per caso si ritrova in una chiesa e scopre un’altra possibilità, quella della parola. L’orazione funebre diventa una nuova forma di sopravvivenza. Il passaggio dal suono al discorso ha un valore simbolico preciso: la musica è l’espressione del sogno, la parola è la maturità forzata, la capacità di trasformare il dolore in riscatto».
Badolato, Soverato e Cosenza sono le location calabresi. C’è qualcosa negli spazi urbani scelti che ha ridefinito la tua visione del racconto?
«Le location sono state cercate con grande attenzione dopo un vero viaggio attraverso la Calabria. Avevo bisogno di luoghi che avessero un’identità forte. Ho trovato scenari straordinari: quartieri popolari carichi di tensione e verità sociale, borghi come Badolato, ricchi di chiese e memoria. Cosenza Vecchia ha avuto un ruolo importante. È un luogo suggestivo, pieno di anima, con vicoli e scorci che sembrano già cinema. Questo contrasto tra difficoltà quotidiana e bellezza storica era perfetto per il film. La Calabria non fa solo da sfondo, diventa protagonista della narrazione».
Hai lavorato con circa 50 maestranze calabresi. Che tipo di rapporto si è creato durante le riprese?
«Per noi non si tratta semplicemente di girare un film in un luogo, ma di coinvolgerlo davvero. In Calabria abbiamo scelto di dare spazio a tante professionalità locali: oltre 50 maestranze coinvolte, assieme a diversi stagisti. Sul set si è creato un clima molto positivo. Con tanti è nato un rapporto umano sincero. Anche il cast ha seguito questa linea. Il protagonista Manuel Nucera è stato scoperto al casting di Cosenza. È di Reggio Calabria, arrivava da una scuola di cinema, era alle prime esperienze. Crediamo molto nel dare spazio ai nuovi volti: il cinema indipendente italiano vive anche di questo».
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