Cultura

Satantango :: Le interviste di OndaRock


C’è una pianura che non è solo un luogo, ma uno stato mentale: fatta di nebbia, capannoni vuoti e ricordi che pesano più del presente. È da qui che prende forma l’immaginario del duo, sospeso tra il bianco e nero di un cinema austero e una scrittura musicale ruvida, imperfetta per scelta. Il nome arriva da una folgorazione cinefila, ma diventa presto una dichiarazione poetica: raccontare la provincia come metafora di un declino più ampio, culturale e umano. In questa intervista, tra riferimenti che vanno da Béla Tarr a Michelangelo Antonioni, passando per una  vivace e stratificata cultura musicale, emerge il ritratto di una generazione che osserva, senza illusioni, ciò che resta. E lo racconta con originalità.
La nostra intervista in attesa di vederli al MIAMI a Milano.

Direi di partire proprio con la personalità Satantango, e con il fatto che sia il romanzo sia il film raccontano un mondo che sta morendo, una crisi profonda, anche identitaria. Come mai avete scelto questo nome e di raccontare la provincia come metafora?
L’abbiamo scelto quando abbiamo visto per la prima volta il film, perché ci abbiamo ritrovato i nostri posti. La prima scena con la cascina, che dura dieci minuti, è uguale, identica a una che sta dalle nostre parti. Quindi sicuramente l’ambientazione è molto simile a quella dove viviamo noi. In generale anche il bianco e nero sembra una giornata con la nebbia, il fango, le pozzanghere, l’orizzonte dall’aria quasi farinosa. E poi questi posti sono anche metafora di quello che volevamo dire: una società che abbiamo visto un po’ morire, la cultura che muore, un decadimento socioculturale. Ci sembrava una scelta molto coerente anche a livello di immaginario e di sonorità.

Il vostro è un cinema ricercato, senza patina, da programmazione Mubi, per intenderci. Vi ci ritrovate?
Assolutamente! Amiamo il cinema ungherese, quello polacco, quello russo, Antonioni. Poi Truffaut, Godard. In “Cinema Tognazzi” c’è anche un riferimento a “Appuntamento a Belleville”. “Gioventù, amore e rabbia” è una reference importante: parla molto dell’autosabotaggio, che è una cosa molto nostra, generazionale.

Generazionale ma anche universale.
Sì, anche perché oggi il mondo è talmente connesso che le differenze si sono assottigliate. Però lo stacco con chi è nato già con internet in mano si sente molto. Noi siamo stati gli ultimi bambini senza rete.

Tra l’altro, ascoltando l’album, per certi versi ho avuto la sensazione di un dialogo a distanza con alcune atmosfere dell’ultimo Post Nebbia. Siete diversi, ma sembrate cresciuti insieme…
C’è anche la stessa casa discografica ad accomunarci, e qualche tematica probabilmente. La nostra e la loro sono due province diverse: noi siamo nella Bassa Cremonese, loro nel Veneto. Però la grande pianura, la Padania che si estende dal Veneto fino al Piemonte, è simile un po’ dappertutto. C’è un certo tipo di tristezza, di malinconia, di sguardo al passato. Senti sempre raccontare che prima era tutto meglio. Noi siamo cresciuti sentendoci dire che prima era tutto più figo, persino crescere in tempo di guerra. Ma la nostra infanzia, vissuta negli anni Novanta, è stata un’infanzia felice. 

È cambiata in meglio la provincia da allora?
Nella nostra zona non tanto. Basta andare in giro a vedere i campi, le fabbriche abbandonate, i capannoni dismessi, posti che ricordavamo attivi, vivi. Il cinema dove andavamo da piccoli è chiuso, un sacco di cose non ci sono più. Vediamo anche che stanno sradicando gli alberi, che ci stanno portando via qualcosa. È una sensazione che hanno un po’ tutti i millennial, ma in certe zone le vivi di più, le tocchi proprio con mano.

Fa effetto sentire persone così giovani dire che c’è già qualcosa che è stato portato loro via. Questo c’è anche nei vostri testi: una sensazione di privazione, di vita che si ritrae.
Sì, è vero. Anche perché i testi vengono dal nostro vissuto, dalla nostra generazione. Anche con i nostri amici spesso ci capita di dire: “Ti ricordi quella cosa? Ora non c’è più”. Fa strano, perché sono discorsi che di solito arrivano più tardi. Noi due viviamo nello stesso paesino minuscolo, ci conosciamo da quando siamo piccolissimi. È inevitabile che nei brani finisca il nostro mondo.

Come vi rapportate all’aggressività e alla chiusura della provincia?
Viviamo un dualismo: chiuderci in casa e allo stesso tempo cercare la fuga negli spazi aperti. Alla fine però si torna sempre a casa. Siamo molto legati al nostro territorio. Non offriamo giudizi né soluzioni: osserviamo, ci viviamo in mezzo, ci sopravviviamo.

Con che metodo componete?
Dipende. Alcuni li inizia uno e li conclude l’altra, o viceversa. Alcuni nascono di getto, altri sono frutto di una gestazione più lunga. È un caos controllato: quando salta fuori un’idea cerchiamo di indirizzarla. A volte partiamo dal testo, a volte dalla musica, a volte da un’immagine. A volte testo e linea vocale nascono insieme, altre volte prima la linea vocale e poi il testo. Non c’è un vero metodo: vediamo dove ci porta una idea e la seguiamo.

Il tutto con un Mac del 2009, una scheda audio e un po’ di fortuna.
Sì, mezza scassata. Abbiamo fatto di necessità virtù, ma volevamo anche che fosse un disco sporco, fangoso. È stato naturale usare quello che avevamo. Se una take era troppo pulita, la rifacevamo apposta più sporca. Abbiamo sempre scelto quella che ci emozionava di più, anche se imperfetta. 

C’è anche un ritorno al rock come linguaggio per dire qualcosa di più ampio. Ci sono esperienze a cui vi sentite vicini?
I Fontaines Dc sicuramente. Poi Le luci della centrale elettrica è stato un riferimento importante come immaginario. Anche i Big Thief, per il modo in cui parlano della loro terra e della loro classe sociale. E a livello sonoro quei suoni sporchi, quasi cartacei.

Com’è portare il lavoro a due sul palco?
Nelle prove per il live siamo stati molto rigidi sulle parti. Suoniamo in quattro, con batteria e basso. Cerchiamo di essere fedeli al disco, mantenendo però l’impatto sonoro. È tutto costruito su un equilibrio preciso: se cambi qualcosa spesso il pezzo non gira più. Suoniamo tutto il disco. E poi tutti a casa.

Nel disco c’è però l’embrione di un’improvvisazione.
L’outro è l’unico punto in cui nei live ci allunghiamo un po’. È l’unica cosa che cambia davvero.

Avete anche una scrittura armonica molto caratterizzata e funzionale al suono.
Ci piacciono molto gli accordi aperti. Abbiamo cercato di evitare quelli più “da campeggio”, tipo il Mi maggiore. Preferiamo settime, none. Il Mi minore e il La minore li abbiamo evitati quasi sempre. In questo disco abbiamo messo gocce di influenze diverse. Tutto è stato pensato moltissimo, anche se poi l’esecuzione è rimasta sporca. C’è voglia di suonare un po’ di marcio.

Quindi sala prove, muffa compresa, computer d’annata. Sembra anche questo un un set …
Sì, quel computer è un po’ un santino. Ci chiediamo come abbia fatto a reggere pezzi con 60-70 tracce. Non sappiamo come, ma ha resistito. E poi siamo affezionati a quei plug-in vecchi.

Quanto ai riferimenti musicali, ho sentito una forte attitudine shoegaze, che mi riporta ai Sundays, ai Cocteau Twins. C’è anche il Mellotron in uno strumentale.
Sì. Tutto quello che è dream pop e shoegaze. Siamo molto affezionati ai Cocteau Twins, agli Slowdive, ai My Bloody Valentine. In “Permafrost” c’è molto di quell’immaginario. L’influsso anni Novanta c’è tantissimo. E c’è anche un po’ di anni Settanta, qualcosina lievemente prog. Il Mellotron è uno strumento che adoriamo. 

Impastato con le parti corali dà un’atmosfera molto onirica, che si sposa anche con la scighera del cremonese.
Sì. Nei testi siamo molto realisti, parliamo di cose vere, ma unirle a un’atmosfera onirica, nebbiosa, eterea, è una cosa che ci piace molto. Ci permette di costruire una bolla: l’idea è che chi ascolta entri nella bolla dalla prima canzone ed esca all’ultima.

L’album si apre con “11 settembre”. Perché partire proprio da lì?
Rappresenta l’inizio della caduta, culturale ed economica. Forse gli anni Novanta sono durati fino all’11 settembre: l’entusiasmo per il nuovo millennio, per il futuro. Lì è stato il picco, poi si è capito che non sarebbe andata così. Da lì è cambiata la percezione della sicurezza. Ancora oggi ne subiamo le conseguenze: è stata una data di confine.

“Permafrost” invece cosa racconta?
Racconta di incomunicabilità. Le persone si avvicinano, ma c’è sempre un blocco che non permette di arrivare fino in fondo. È un tema che attraversa tutto il disco.

La vostra musica celebra un crepuscolo. È più autocompiaciuta o più catartica?
Non offriamo soluzioni. Prendiamo atto. È una serena rassegnazione, un po’ esistenzialista. Ci crogioliamo un pochino. Viviamo in un paesaggio che ti porta a essere nostalgico. È una cosa di territorio, di popolazione, di cremonesità.

Uno stato mentale?
Esatto.

(26 aprile 2026)




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