Sara e Antonella avvelenate dalla ricina, parla Locatelli: “In Italia altri casi, anni fa la trovammo in un concime” | isNews
Le parole del direttore dell’Istituto tossicologico e antiveleni ‘Maugeri di Pavia, che ha condotto gli accertamenti come consulente della Procura di Larino, che indaga per duplice omicidio premeditato. E che ha spiegato anche perché la sostanza non è stata individuata nel sangue di Gianni Di Vita
CAMPOBASSO. Nel 2025 ci sono stati in Italia 7-8 casi di intossicazione da ricina. Lo ha detto il professor Carlo Locatelli, direttore dell’Istituto tossicologico e antiveleni ‘Maugeri’ di Pavia, che ha commentato l’esito dei test che hanno accertato la presenza della sostanza tossica nel sangue di Sara Di Vita, 15 anni, e di Antonella Di Ielsi, 50 anni. E che ha spiegato perché la molecola non è stata rintracciata nel sangue di Gianni Di Vita, padre e marito delle due donne, morte per avvelenamento il 27 e 28 dicembre.
Intervenendo a ‘Ignoto X’, la trasmissione di La7 condotta da Pino Rinaldi, il tossicologo, che ha condotto gli accertamenti come consulente della Procura di Larino, che indaga per duplice omicidio premeditato, ha chiarito tutti i passaggi degli esami svolti più volte, anche con la collaborazione con altri laboratori, per avere l’evidenza scientifica della responsabilità della ricina. “Quando abbiamo identificato il veleno – le sue parole – abbiamo fatto moltissime prove, con modalità diverse, per essere certi della presenza di questa sostanza”.
Quello di Pietracatella non è il primo caso di intossicazione avvenuto nel nostro Paese. “Lo scorso anno – ha raccontato Locatelli – abbiamo avuto 7-8 casi di intossicazione da ricina accertati e dovuti all’ingestione accidentale di piccole quantità di sostanza, da parte di persone che hanno mangiato dei semi, e nessuno è deceduto. Il ricino – ha quindi chiarito l’esperto – si può trovare in vendita su internet, perché è una pianta ornamentale. Si possono comprare i semi da piantare per averla a casa. Ma in molti casi e in climi temperati cresce in modo spontaneo, anche se in alcuni Paesi viene coltivato in modo intensivo ed estensivo per ottenere olio di ricino”.
La sostanza però può diventare letale. “Dieci, quindici anni fa – ha raccontato ancora Locatelli – alcuni cani sono morti per aver ingerito ricina contenuta in un prodotto domestico, un concime per le piante che abbiamo fatto ritirare dal commercio dall’Italia e da altri Paesi”.
Ma perché la ricina non è stata trovata nel sangue di Gianni Di Vita, nonostante l’uomo avesse manifestato disturbi gastrointestinali, anche se meno intensi di quelli di Sara e Antonella? “Ai nostri test, ripetuti più volte, Gianni Di Vita è risultato negativo, ma il campione non era stato inizialmente conservato da noi e non sappiamo esattamente in quali modalità è stato conservato. Una negatività – ha precisato il professor Locatelli – per noi non vuol dire che non è stata assunta la ricina ma che nel momento in cui facciamo un’analisi su quel campione non troviamo la ricina”.
Quindi la puntualizzazione. “Quando passano mesi dall’ingestione di un veleno proteico di questo tipo e per mesi il campione non viene trattato, congelato e protetto in un certo modo è anche possibile che la ricina scompaia. Noi vediamo che nei campioni risultati positivi alla ricina, nel tempo e abbastanza rapidamente la sostanza scompare. Quando ripetiamo i test – ha concluso Locatelli – la vediamo sempre diminuire di una grossa percentuale, perché non è un metallo che rimane lì e non cambierà per tutta la vita. Ma è una molecola che normalmente viene degradata anche nei liquidi biologici”.
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