Perché il 25 Aprile divide ancora l’Italia? Io dico: rassegniamoci!
di Cristina Zibellini
Perché il 25 Aprile, festa della Liberazione, sembra ancora dividere l’Italia? Credo che dipenda dal fatto che si parte dalla fine: dalla guerra contro i nazisti, alleati fino all’8 settembre del 1943 del governo italiano con a capo Mussolini, fondatore dei Fasci di combattimento, dunque del fascismo.
Facciamo un passo avanti, poi torneremo indietro.
Il governo attuale è stato formato dopo che la coalizione di destra ha vinto le elezioni e il presidente della Repubblica ha dato alla segretaria del partito più votato della coalizione l’incarico di formare il governo. Molti elettori di destra e molti loro rappresentanti considerano la festa della Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo una inopportuna rituale ricorrenza, epilogo di una guerra civile. Questi cittadini italiani e il partito di estrema destra, erede del Movimento Sociale Italiano, dimenticano un particolare non da poco: il periodo storico indicato con il nome di fascismo è stato una dittatura che ha soppresso la libertà politica, personale, e di parola. Esiliato, incarcerato, chiunque dissentisse, ucciso gli oppositori. Non dovrebbe essere necessario ripercorrere come il fascismo si affermò, la violenza che percorse il paese, di cui le sue squadracce furono le artefici.
La domanda è, perciò: chi si sente offeso, defraudato, escluso da una società basata sulla sconfitta del fascismo considera quella dittatura una forma di governo legittima? Considera legittimo che abbia eliminato la pluralità di idee, il loro libero esercizio, la loro manifestazione e l’eliminazione di chi ne era portatore? Se così è, bisogna che sia chiaro a queste persone che combatterli è non solo necessario, ma è un preciso dovere civile dell’intera comunità impedire loro di utilizzare il sistema democratico per imporre l’idea che vincere le elezioni possa significare piegare questo sistema a regime.
Essere antifascisti significa considerare la dittatura un sistema politico inaccettabile, perché fondato sull’esercizio politico violento e coercitivo, che non riconosce il pluralismo politico e impone una visione morale dello Stato. Se, dunque, l’estrema destra al governo non considera anche sua la festa della Liberazione dal nazi-fascismo è perché si riconosce ancora nel Ventennio della dittatura.
Ricordi, però, questa destra, che il numero di voti, quindi il consenso che ha nel paese è minoritario e che, dunque, non c’è un’adesione democratica all’idea di farsi regime. Il voto democratico, anche quello ottenuto dal partito di maggioranza relativa non è univoco, tanto meno, preso una volta e per sempre. Molti suoi elettori hanno abbandonato questa barca, non riconoscendosi affatto nella sua violenza verbale e nelle forzature istituzionali.
La dittatura fascista ha avuto una durata significativa e ha scavato, essa, un baratro tra chi a esso ha aderito, chi si è adeguato, chi si è adattato, con chi lo ha sofferto, subito e combattuto. Da cui i primi sono, tuttavia, usciti sconfitti, producendosi, ritengo allora, una frattura che ha segnato profondamente il nostro dopoguerra, gli anni Settanta. Gli apparati statali non sono stati depurati da amministratori e politici coinvolti nel regime e il fascismo non ha solo rappresentato un violento regime politico-morale, ma anche la difesa degli interessi padronali e capitalistici, che non hanno cessato di esistere con l’avvento della fragile democrazia italiana, segnata dalla sua posizione nell’Europa dei blocchi.
Se siamo a questo punto, ancora, è perché non siamo fuori da quella storia, come dice Alessandro Barbero e la lotta tra capitale e lavoro si inserisce in un presente con connotazioni apocalittiche, se capisco bene l’analisi di Massimo Cacciari. Entrambi si riferiscono alla situazione globale, come è ovvio.
Rassegniamoci, perciò, nel nostro piccolo all’impossibilità di una riconciliazione, come sembra più che auspicabile a Lucio Caracciolo, che sembra avere un ottimismo della volontà, dimentico del necessario pessimismo della ragione.
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