Liguria

Morte di Andrea Demattei, i vigili del fuoco della sala operativa: “L’autoscala non poteva essere usata se non come ultima spiaggia”


Genova. L’utilizzo dell’autoscala per estrarre Andrea Demattei dalla canoa dove era rimasto incastrato e un’assenza di comunicazioni da parte del caposquadra dei vigili del fuoco di Chiavari con il comando di Genova durata a lungo che aveva spinto la centrale operativa a decidere di mandare un’ulteriore squadra di soccorritori dal capoluogo anche per avere un filo diretto. Sono questi i due temi centrali affrontati oggi nel processo contro sei vigili del fuoco accusati del ritardo nei soccorsi che aveva portato al decesso per ipotermia del 14enne morto durante un allenamento nel fiume Entella, nel gennaio del 2023. Con loro per morte del 14enne sono a processo anche i due istruttori di canoa (difesi da Giudo Mottola e Silvia Morini),

Oggi in aula la giudice Paola Faggioni ha respinto l’eccezione delle difese (Roberta Barbanera, Riccardo Passeggi, Paolo e Andrea Costa e Giorgio Zunino) sulla possibile incompatibilità funzionale della gip Carla Pastorini che aveva prima firmato l’archiviazione di tre vigili del fuoco e poi come gup rinviato a giudizio gli altri. In aula sono stati poi sentiti come testimoni proprio due pompieri che si trovavano nella sala operativa del comando provinciale il pomeriggio del 12 gennaio, quando si verificò l’incidente.

Entrambi hanno spiegato che ci fu una lunga assenza di comunicazioni con la squadra di Chiavari che era arrivata sul posto pochi minuti dopo con sette uomini. “Eravamo ciechi, ma anche sordi” ha spiegato uno dei funzionari sentiti per questo appena “abbiamo avuto gli uomini a disposizione”  oltre ai sommozzatori già inviati (due in elicottero da Genova e tre dalla Spezia che arriveranno però troppo tardi per poter essere di supporto), avevano mandato un’auto con altri tre specialisti. “Può succedere che per alcuni minuti le comunicazioni siano assenti nei primi minuti di un intervento, ma poi qualcuno sul posto deve aggiornarci” hanno sottolineato entrambi rispondendo alle domande del pm.

L’altro elemento centrale per il processo è l’utilizzo dell’autoscala. I testimoni oggi hanno spiegato che l’autoscala può essere utilizzata, oltre che per l’impiego naturale di portare personale ai piani alti di un palazzo anche per il soccorso a persone ma purché queste ultime siano “libere da vincoli”, non incastrate come era Andrea perché si tratta di un mezzo poco preciso e controllabile e di conseguenza  il suo utilizzo per la “trazione” è “pericoloso per la persona soccorsa” e da usare solo come “ultima spiaggia”.

Sarà proprio quella manovra però a consentire ai sommozzatori, gli unici a scendere in acqua, non appena scesi dall’elicottero, di tirar fuori il ragazzo.

La tensione in aula è palpabile ad ogni udienza: “Dal debriefing fatto alcuni giorni dopo i fatti non sono emerse criticità – ha detto uno dei testi – perché abbiamo fatto tutto il possibile per salvare Andrea”. Valutazione fortemente contestata dall’accusa e anche dai legali di parte civile (gli avvocati Fabio Sommovigo, Rachele De Stefanis e Sara Bellomo) secondo i quali il fatto che quella manovra tardiva abbia avuto successo è indicativo del fatto che poteva essere compiuta anche prima. Per i famigliari di Andrea oltre che per il pm Francesco Cardona, il tardivo utilizzo dell’autoscala è stato l’ultimo, ma non in ordine di importanza, di una lunga catena di errori che ha portato alla morte del ragazzo.

Il processo è stato rinviato al 7 maggio dove saranno sentiti gli ultimi testi del pm, poi in aula arriverà lo scontro tra i consulenti tecnici circa le procedure che potevano o non potevano essere utilizzate.




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