Friuli Venezia Giulia

L’angolo dello psicologo – Nel vuoto della notte: una tragedia che lascia senza risposte

E’ di poche ore fa la drammatica notizia di un omicidio-suicidio di una donna di Catanzaro, Anna Democrito, di 46 anni, dipendente presso la Rsa “Monsignor Apa”, coniugata e madre di tre figli, rispettivamente di cinque e quattro anni e uno di quattro mesi.

Questa notte si è lanciata dal terzo piano di uno stabile insieme ai suoi tre figli; la figlia di 5 anni e mezzo è ricoverata in gravissime condizioni nel reparto di rianimazione dell’ospedale del capoluogo calabrese. Di fronte a una notizia di questo genere si rimane senza parole, scioccati, increduli, devastati dal dolore al solo pensiero di vedere distrutta un’intera famiglia. Immediatamente il cervello di quanti si imbattono in questa notizia cerca una spiegazione, una possibile risposta a cosa può portare una mamma a compiere un gesto del genere. E’ un pensiero universale e condiviso che la mamma è generatrice di vita, e non accetta che possa morire prima di lei chi da lei ha ricevuto la vita.

Di fronte a notizie così devastanti il cervello vuole delle spiegazioni perché è una delle sue funzioni fondamentali, in quanto così facendo aumenta la possibilità di sopravvivenza dell’essere umano: prevenire per evitare. Per il cervello è sempre meglio una risposta plausibile rispetto a nessuna risposta, la non risposta crea ansia, incertezza, insicurezza. Le neuroscienze moderne parlano di “predictive processing”, ovvero se si capisce perché qualcosa accade si può prevedere e quindi evitarla.

Inoltre, il bisogno di spiegazioni aiuta a ridurre l’ansia di quanti arrivano ad ipotizzare che certi fatti terribili possano accadere anche nella propria vita. Di fronte a questa tragedia, qualcuno ha già parlato della Sindrome di Medea, che non esiste né in psicologia né in psichiatria. È un’espressione metaforica, giornalistica, letteraria per dire di una madre, Medea, che arriva a uccidere i propri figli per vendicarsi del tradimento del coniuge.

Nel tempo che stiamo vivendo, si assiste frequentemente a lotte estreme nel campo delle relazioni coniugali e familiari, lotte che portano spesso a femminicidi e più raramente a figlicidi; qualche volta accade che i figli uccidano i genitori. Dal mio punto di vista, ciò che può aver indotto la signora Anna a compiere un gesto così estremo è stata una depressione post-partum, molto grave, o psicosi post-partum, dove la perdita di contatto con la realtà l’ha portata a sviluppare convinzioni distorte, deliranti, come credere di proteggere i bambini da mali immaginati.

Con questo gesto è come se la madre avesse voluto salvare lei e i figli da qualcosa di terribile. Al di là di ogni diagnosi, che può solamente aiutare a comprendere il gesto, ciò che deve insegnare di più questo dramma è imparare a stare in silenzio e riflettere. Mettersi in disparte, in un lugo isolato dai rumori della città e dagli squilli continui del cellulare, ci aiuterebbe a pensare sul senso e significato che stiamo dando alla nostra esistenza, a come stare vicino a chi soffre.

Ci stiamo abituando alle grandi trasformazioni, al post-umanesimo senza battere ciglio. Proviamo tenerezza verso gli umanoidi, gli atleti-robot che partecipano alle maratone, entusiasmandoci vedendo i loro record. Si preferiscono le relazioni online perché meno coinvolgenti affettivamente e più facile da interrompere. Per il marito, i parenti, gli amici, i cittadini della città in cui ha vissuto Anna Democrito, in questo momento, servono abbracci concreti, carezze, baci, gesti di consolazione. Ogni parola, commento o giudizio sarebbe fuori luogo.

Antonio Loperfido
Psicologo Clinico e Psicoterapeuta




Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »