Viaggi e turismo

Le belle atmosfere di Taormina tra le stanze del Four Seasons

Siamo tornati al Four Seasons di Taormina dopo due anni. Perché la prima impressione su un hotel è importante, ma la seconda è una prova fondamentale. È vero che gli hotel appena aperti hanno il fascino della novità e godono dell’effetto sorpresa, ma è sul lungo tempo che si valuta l’evoluzione di una struttura, l’atmosfera che hanno saputo creare. Sempre di più gli hotel cosiddetti di super lusso hanno bar, ristoranti, spa aperti al pubblico, ma allo stesso tempo sono la casa temporanea di chi vi soggiorna. Devono essere frequentati, ma troppo, e controllare costantemente la guest list. Devono essere inclusivi, senza sacrificare la privacy degli ospiti. Nulla di scontato o facile da gestire.

Le atmosfere del Four Seasons di Taormina

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La rinascita dell’antico convento

Per il Four Seasons il compito è più facile, perché è la rinascita di un hotel storico – il San Domenico Palace – che ha fatto la storia di Taormina, e questo suo nuovo capitolo prosegue nell’impegno di valorizzazione il patrimonio architettonico, culturale e turistico che rappresenta. In origine era un convento domenicano, l’ordine nobile della chiesa, con corti, celle e giardini che pretendono una visita guidata da uno storico (chiedere di Margaret, che lo racconta come il monumento che è). Nucleo del XV secolo su cui si innestano gli elementi Liberty dei primi Novecento. Finestre che incorniciano un paesaggio incantevole, dall’Etna a Messina, scorci di azzurro di mare e cielo, il teatro romano sullo sfondo. Spazi generosi, sontuose installazioni floreali (con il guizzo del più famoso flower designer italiano Vincenzo Dascanio), un via vai allegro all’ora dei pasti, la calma della siesta siciliana, la vibe elegante della sera. Il silenzio assoluto, come ai tempi dei frati, si trova nelle camere, nella cifra classica dell’architetto Pierre-Yves Rochon, autore di tanti Four Seasons da Parigi a Milano all’atteso Danieli di Venezia. Colori riposanti, materiali pregiati, luce e la stessa meravigliosa vista garantita dalla posizione in alto, su una scogliera.

La Sicilia nei piatti di Massimo Mantarro

Eredità della precedente gestione è lo chef Massimo Mantarro, inequivocabilmente siciliano. Scelta corretta, perché la cucina tradizionale è una garanzia di conquista e ricordo. Chi non si innamora della caponatina in agrodolce o della parmigiana. Senza stravolgere le ricette, chef Mantarro le ha alleggerite, abbellite, arricchite di dettagli. La sfida comincia al mattino, con un invitante banchetto che confonde le idee per le bontà che mette in mostra (occupa tutta una stanza). Torte fatte in casa (la cassata non manca mai), pani di grani antichi, ricottine fresche, piatti caldi e un carretto che serve le granite classiche – limone, mandorla e caffè – e un cesto di cannoli da riempire al momento. Il menù del bistrò Rosso è un’alternanza di classici e insalate, con pomodori che sanno di pomodoro. Spaghetti al nero di seppia e alici marinate con gli agrumi si ordinano al ristorante Anciovi di fianco alla piscina, mentre il gourmet Principe Cerami, con stella Michelin confermata dal 2008, è per la sera. E di nuovo, pur nel rigore dell’alta cucina, lo chef non tradisce la sua Sicilia evocata in ogni piatto, come nel carrello dei formaggi e in quello degli oli, di cui la regione è ora una campionessa. Menzione speciale: la spa è un’oasi a sé, con palestra e piscina coperta. Ma il miracolo succede in cabina, quando Paolo si prende cura del suo ospite.


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