Puglia

Bari, la comunità di San Ciro ricorda don Felice Verni

È trascorso un anno dalla nascita al cielo di don Felice Verni, per quarant’anni parroco della chiesa di San Ciro nel quartiere Mungivacca di Bari. Ma le sue parole sono più vivide che mai, scolpite eternamente nei cuori dei tanti fedeli che lo hanno ascoltato in più di 50 anni di sacerdozio.

Don Felice era un teologo, filosofo e medico, dermatologo e pneumatologo, ovvero medico dello spirito. Una figura geniale e coraggiosa, per cui non c’era contraddizione tra il pensiero e la vita. Uno studioso raffinatissimo, appassionato della verità. Essenziale e semplice, sia nel pensiero che nella liturgia. Le sue omelie erano intense ed estremamente sintetiche, perché “le parole servono a mascherare”, non bisogna abusarne. Un’energia intellettuale dirompente, adoperata come strumento formidabile di smascheramento delle “sciocchezze dell’uomo”, dei suoi progetti, di tutte le monumentali impalcature culturali costruite per nascondere la sua miseria ed evitare il contatto con la verità.
La sua è una teologia radicale e interiore ma non psicologico-soggettiva, abissalmente distante dalle tendenze sociali oggi di moda, perché, sosteneva, la verità non si trova nelle relazioni con gli altri, ma la si esperisce nella solitudine, passando attraverso il deserto e la negazione di sé. Convertirsi significa diventare immagine dell’Assoluto (ab-solutus, sciolto da ogni legame).

Presentava il messaggio evangelico come la più alta forma di critica nei confronti del mondo, inteso come sistema di valori e auto rappresentazioni dell’uomo. E affermava che la messa fosse una denuncia aperta al mondo, in quanto rende presente la necessità di umiliare, cacciare, mettere in croce la verità, la sua impossibilità di accoglierla. Spiegava che la fede è un atto di intelligenza e non di volontà. Perché la volontà nasce da un senso di mancanza, mentre l’uomo nuovo, che accoglie la Grazia, sospende il desiderio, vive nella pienezza. Per questa ragione quando gli si chiedeva come stesse, rispondeva quasi automaticamente: “un trionfo!”.

Aveva un carattere a tratti burbero e ironico, di modo che fosse impossibile abusare della sua disponibilità, che pure era molta e preziosa. Teneva lezioni di filosofia e teologia per universitari e adulti, preparava i ragazzi in greco e latino, insegnava personalmente il catechismo. Alla prima lezione venivano definiti i prerequisiti per la partecipazione. Richiedeva – non senza ironia – che i partecipanti fossero atomi, afobi, apoti. Ovvero non scissi, senza paura e che non se la bevono. Insomma venivano richiesti un impegno e una disposizione profondi.

All’attività intellettuale si affiancava una convivialità di pari intensità. La parrocchia non ha mai risparmiato su cibo, nocino e sigari toscani. La comunità di San Ciro è tuttora fervida e mantiene la linea feliciana grazie al parroco don Piero Tanzi, suo allievo. Un’eredità difficile, di cui ne fa sapientemente tesoro. Chi non ha avuto la fortuna di incontrarlo e ascoltarlo, può leggere le sue omelie pubblicate da Edizioni del Sud in tre volumi: “Fuori dal coro”, “Agave” e “Discorsi in periferia”. Don Felice continua ad essere un riferimento spirituale e intellettuale per molti fedeli.




Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »