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La cannabis frena lo sviluppo cognitivo: il più grande studio mai compiuto tra Usa e Australia

L’uso precoce di cannabis è associato a un rallentamento dello sviluppo cognitivo negli adolescenti. È il risultato di uno dei più ampi studi longitudinali mai condotti negli Stati Uniti su questa fascia d’età, pubblicato sulla rivista scientifica Neuropsychopharmacology e basato su oltre 11mila tra bambini e ragazzi.

La ricerca, coordinata dalla professoressa Natasha E. Wade dell’Università della California di San Diego, ha analizzato i dati di 11.036 giovani tra i 9 e i 17 anni, tutti coinvolti nel progetto Abcd (Adolescent brain cognitive development), uno dei principali programmi di studio sullo sviluppo cerebrale in età evolutiva. L’indagine ha messo a confronto chi ha iniziato a usare cannabis con chi non ne ha fatto uso, integrando test cognitivi, dati autodichiarati e verifiche tossicologiche su campioni biologici.

Il dato centrale riguarda l’evoluzione nel tempo delle capacità cognitive. Nella fascia più giovane, tra i 9 e i 13 anni, i ragazzi che dichiarano un uso precoce mostrano prestazioni inizialmente leggermente superiori rispetto ai coetanei. Un vantaggio che però non si consolida. Con il passare degli anni, lo sviluppo si appiattisce: tra i 15 e i 17 anni gli stessi soggetti presentano risultati peggiori in diversi ambiti, dalla memoria alla concentrazione, dalla velocità di elaborazione al linguaggio.

Secondo i ricercatori non si tratta quindi di un effetto immediato, ma di una traiettoria di crescita diversa. Gli adolescenti che iniziano a usare cannabis «non migliorano allo stesso ritmo dei loro coetanei», ha spiegato Wade. Differenze inizialmente contenute che, nel tempo, possono incidere su apprendimento e funzionamento quotidiano.

Un elemento rilevante riguarda la componente chimica della sostanza. L’impatto negativo sulle funzioni cognitive è risultato associato al Thc (delta-9-tetraidrocannabinolo), il principale principio attivo psicotropo della cannabis. Non sono emerse invece correlazioni significative con il Cbd (cannabidiolo), componente priva di effetti psicoattivi.

Lo studio ha tenuto conto anche di variabili potenzialmente confondenti: esposizione prenatale alla cannabis, uso di altre sostanze, condizioni psicopatologiche, contesto familiare e fattori socioeconomici. Nonostante questi correttivi, l’associazione tra uso precoce e rallentamento dello sviluppo cognitivo è rimasta evidente.

Il quadro che emerge rafforza una linea già indicata in letteratura: l’età di inizio è determinante. Gli stessi autori richiamano il fatto che il cervello, durante l’adolescenza, attraversa una fase di sviluppo rapido e particolarmente sensibile a influenze esterne. Ritardare il più possibile il primo contatto con la cannabis viene indicato come un fattore protettivo.

I risultati si affiancano ad altri studi che mostrano effetti diversi in età adulta. Una ricerca condotta in Colorado ha evidenziato come un uso moderato nella mezza età possa associarsi a migliori prestazioni cognitive e a variazioni volumetriche in alcune aree cerebrali. Un dato che suggerisce come gli effetti della sostanza non siano uniformi, ma dipendano in larga parte dalla fase della vita in cui avviene l’esposizione.

Accanto agli aspetti cognitivi, resta inoltre documentato un aumento del rischio psichiatrico: precedenti studi hanno indicato un raddoppio della probabilità di episodi psicotici tra i consumatori.

Per quanto riguarda il contesto italiano e umbro, i dati disponibili sono meno dettagliati sul piano territoriale. Le ultime rilevazioni nazionali dell’Istituto superiore di sanità e del Dipartimento politiche antidroga indicano comunque che la cannabis resta la sostanza più diffusa tra gli adolescenti, con una quota significativa di studenti che dichiara almeno un consumo nell’ultimo anno. A livello regionale, l’Umbria rientra generalmente nella media nazionale per diffusione, ma non dispone di serie aggiornate e sistematiche altrettanto approfondite sul legame tra consumo e performance cognitive.

Proprio questa carenza di dati locali rende più rilevante il contributo di studi longitudinali come quello statunitense, che permettono di osservare gli effetti nel tempo. Il punto che emerge con maggiore chiarezza è che il tema non riguarda solo il consumo in sé, ma soprattutto il momento in cui avviene. In un’età in cui il cervello è ancora in formazione, anche variazioni apparentemente minime possono produrre conseguenze misurabili negli anni successivi.

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