Ritornare al modello dell’università come missione
Quasi sempre accade che il modello di università adottato da un Paese, qualsiasi esso sia, ne diventa indirettamente il ritratto, si fa specchio in cui ritrovare risorse e difetti, occupa un ruolo cruciale negli esiti di una società. Ripensare al rapporto tra ricerca e insegnamento, riflettere su quale valore dare alla conoscenza in relazione alle giovani generazioni è un esercizio nobile, ma infrequente, a volte ritenuto perfino un orpello poco funzionale perché sottrarrebbe tempo ad attività più utili – il famoso “dover fare” imposto dalla vocazione performativa che caratterizza la nostra epoca – e dunque guardato con un certo sospetto, nonostante circoli diffusamente la convinzione che il non fermarsi a pensare sia un errore madornale in qualsiasi contesto epistemico. In passato, a questo tipo di speculazione si erano dedicati eccellenti pensatori come Wilhelm von Humboldt, Henry Newman, Ernest Renan, Benedetto Croce, Ortega y Gasset, profili eterogenei, scomodi nei confronti degli apparati e spesso addirittura ai margini rispetto alle linee del dibattito, ma proprio per questo voci originali a cui dare ascolto, come fa Stefano Jossa in questo piccolo ma prezioso libro, Dell’università. Una storia di idee (Quodlibet, pagg. 112, euro 12), che coraggiosamente mette a nudo la crisi strutturale di un sistema. L’obiettivo di Jossa è ricostruire cosa abbia determinato nell’Europa moderna il bisogno di far nascere le università secondo il principio democratico della conoscenza per tutti e quanto poi di questi criteri originari sia rimasto vivo ancora oggi. Occorre subito sgombrare il campo, come fa appunto Jossa. Poco o nulla è vivo rimasto perché, a seguito del radicale cambio di paradigma avvenuto negli ultimi decenni, il modello di università-azienda ha preso ineluttabilmente il sopravvento sul modello di università romanticamente ispirato ai valori dello studio svincolato da qualsiasi tentazione pragmatica. Ha vinto insomma l’università “economista” («che gestisce l’esistente» afferma Jossa, «punta a far soldi, concepisce i professori come impiegati, trasforma gli studenti in lavoratori e mira, in fondo, a essere nient’altro che un ingranaggio nel sistema capitalista») sopravanzando di gran lunga l’università “missionaria” («che sviluppa la conoscenza, apre la mente, favorisce il confronto, garantisce il successo, migliora la società nel suo insieme e promuove, in sostanza, un mondo migliore»). Non occorre avere esperienza diretta sul campo per verificare quanto sia veritiera questa analisi alla luce di un sentimento di perdita che non per forza deve tramutarsi in atteggiamento nostalgico. Abbiamo smarrito la bussola, non c’è dubbio. Abbiamo confuso la forma per la sostanza. Sembra che più urgente del sapere sia l’involucro burocratico che lo permea. L’obiettivo di educare i giovani a pensare, insomma, è stato scalzato dal primato dell’efficienza burocratica che è diventato un vero e proprio feticcio, il dio senza volto che domina da un luogo irraggiungibile e ha trasformato l’università italiana da officina di idee – le stesse che sono evocate nel sottotitolo – a un’insensata catena di montaggio, ottusamente fordista. «Se l’università non è più luogo di libertà intellettuale, perché è finalizzata alla produzione, che scarta automaticamente tutto ciò che percepisce come inutile» riflette Jossa in uno dei punti più lucidi del suo ragionamento; «se il professore non è più un competente appassionato della materia, ma solo il veicolo di una trasmissione di un saper fare puramente tecnico; se lo studente e l’oggetto anziché il soggetto del percorso formativo, perché “deve sapere certe cose”; a perderci è la società tutta, che avrà a disposizione bravi soldatini in grado di eseguire un ordine, ma destituiti di ogni capacita critica e consapevolezza personale». Il dato più inquietante è che probabilmente sta proprio qui l’obiettivo delle società occidentali, un tempo destinate all’opulenza e ora anch’esse toccate dalle molteplici crisi di sistema: anziché formare persone dotate di spirito critico, addormentare la coscienza dei giovani chiedendo loro di rispettare le tabelle numeriche dei crediti, come se leggere la Commedia di Dante o La repubblica di Platone fosse misurabile in giorni ore minuti. Mettendo in questo modo da parte quel che evidenziava uno slogan dell’Alfa Romeo qualche anno fa: «senza cuore saremmo solo macchine».
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