Attentato alla petroliera Seajewel, la perizia: “Erano ordigni militari, disastro ambientale evitato grazie al doppio scafo”
Genova. Sono stati due ordigni al tritolo di fabbricazione militare piazzati sullo scafo probabilmente ben prima dell’attracco davanti al porto di Savona a causare lo squarcio della petroliera Seajewel, avvenuto nella notte di san Valentino di un anno fa. E quegli ordigni, potevano avere un “effetto dirompente”. Lo scrivono il capo ufficio del Nucleo Regionale Artificieri Liguria Federico Canfarini e l’ingegnere navale Alfredo Lo Noce, i “superperiti” nominati dalla Procura di Genova per tentare di far luce sull’attentato.
La pm Monica Abbatecola aveva aperto un fascicolo per naufragio aggravato dalla finalità di terrorismo. L’inchiesta, tuttora contro ignoti, verte intorno all’ipotesi di un attacco contro la flotta ombra russa. Dalle indagini tecniche sui resti degli ordigni tuttavia, se è ampiamente verosimile che si tratti di “mine così dette “a patella” (Limpet) di prevalente utilizzo militare” si legge nel documento, “gli elementi a disposizione non hanno permesso di individuare la provenienza degli ordigni”.
I due ordigni erano “temporizzati”
In base alla perizia i due ordigni contenenti Tnt sono stati applicati sullo scafo della nave con magneti temporizzati che non si sarebbero staccati durante la navigazione visto che la nave a pieno carico non faceva piu di 13-13.5 nodi.
“Le mine in questione sono dotate di un temporizzatore di tipo meccanico che consente di regolarne l’innesco in un arco di tempo fino a 7 o 9 giorni da quando viene attivato”. Per questo i consulenti della Procura ritengono che l’applicazione sulla carena della petroliera sia avvenuta “senz’altro avvenuta con nave ferma” sia stata eseguita “in un porto diverso da quello in cui è avvenuta l’esplosione”.
Il doppio scafo ha evitato un “effetto dirompente”
Secondo gli esperti è stato il doppio scafo (tecnicamente una cisterna di zavorra piena acqua) che ha protetto quella più interna contenente il greggio, ha evitato che l’attentato provocasse un disastro ambientale, con lo sversamento di migliaia di tonnellate di petrolio in mare: il doppio scafo riempito d’acqua quindi avrebbe “assorbito un vero e proprio l’energia sprigionata dall’esplosione degli ordigni scongiurando che l’effetto dirompente interessasse anche il fasciame della cisterna del carico con conseguente sversamento di crude-oil in mare”.

L’immagine dello squarcio nello scafo
Le ipotesi sulla flotta ombra, ma il petrolio non era russo
La nave proveniva dal porto russo sul mar Nero di Novorossiysk. L’armatore della Sealeo è la Thenemaris, lo stesso della Seajewel e anche della Seacharm, la petroliera che aveva subito un attentato il 18 gennaio al largo della Turchia. La Thenemaris, dopo le sanzioni alla Russia conseguenti all’aggressione all’Ucraina, era stata inserita nell’elenco dei cinque armatori greci accusati di cooperare di vendere petrolio russo di contrabbando, aggirando le sanzioni imposte dall’Ue e rimossa dalla blacklist l’anno successivo. Le indagini sul petrolio caricato dalla nave al momento dei controlli avevano rilevato che l greggio non era di origine russa bensì provenienza nordafricana/algerina, smentendo i sospetti investigativi su una possibile violazione delle sanzioni Ue.




