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La Cina vara la legge anti-disaccoppiamento: cos’è e perché rischia di essere un boomerang

Lo scorso 7 aprile, il premier cinese Li Qiang ha firmato una legge che istituisce nuove e più ampie normative che permettono alle autorità di Pechino di indagare e sanzionare le aziende straniere che interrompono l’utilizzo di fornitori cinesi in risposta alle pressioni politiche interne.

Surplus commerciale e protezionismo

Le nuove normative rientrano nel più ampio sforzo della Repubblica Popolare Cinese (RPC) di contrastare quello che considera un crescente protezionismo in Occidente, alimentato da un’impennata delle esportazioni cinesi e dalle crescenti preoccupazioni per gli squilibri commerciali che ne derivano. Pechino, infatti, fa segnare un surplus commerciale pari a 1200 miliardi di dollari (dati 2025) che non viene assorbito dal mercato interno, e che si riversa sui mercati internazionali come una marea che genera una concorrenza impossibile da rintuzzare se non con provvedimenti di tipo protezionistico.

Il predominio manifatturiero cinese si estende a quasi tutti i settori, ma le aziende che un tempo delocalizzavano nella RPC le proprie fabbriche per approfittare della produzione a basso costo ora cercano di ridurre la loro dipendenza, spinte dai rispettivi governi a non abbandonare la produzione locale e dalla percezione che fare affari con Pechino stia diventando più difficile.

In particolare il settore dell’automotive è quello più coinvolto, con le case automobilistiche straniere che hanno chiuso stabilimenti a causa del rallentamento del mercato cinese e della superproduzione nazionale – soprattutto di veicoli elettrici – che per arrivare agli obiettivi di produzione dei piani quinquennali ha generato un surplus di autovetture rimaste invendute di proporzioni enormi: una vera e propria bolla economica dell’automotive pronta a scoppiare che coinvolgerà tutto il mercato globale e che stavolta non potrà essere assorbita dallo Stato come invece fatto per il caso Evergrande.

Un vero e proprio sequestro di attività e persone

La legge varata recentemente consiste in 18 punti – piuttosto aleatori – che sono descritti dai media statali come un tentativo di “prevenire i rischi per la sicurezza nelle catene industriali e di approvvigionamento”, e si aggiunge alla già notevole agibilità concessa alle autorità di regolamentazione cinesi per indagare sulle multinazionali che trasferiscono le catene di approvvigionamento fuori dalla Repubblica Popolare. In base alle nuove norme, le autorità di regolamentazione possono interrogare i dipendenti ed esaminare i registri aziendali durante le indagini, e il nuovo regolamento consente anche di impedire a società e individui di lasciare la RPC se sospettati di trasferire le catene di approvvigionamento altrove sotto pressione straniera.

Si tratta quindi di una legge “anti-disaccoppiamento” che concede ampi margini di azione alle autorità statali, che come visto possono agire con provvedimenti coercitivi invasivi che ledono la libertà di impresa, che dovrebbe essere al centro del processo di globalizzazione. Il governo cinese ha giustificato le misure come necessarie per proteggere la stabilità economica e la sicurezza nazionale del Paese: una giustificazione già utilizzata in passato per ampliare la propria capacità di esercitare pressioni sulle aziende.

La Repubblica Popolare non avrebbe nemmeno bisogno di entrare nelle aziende per controllare la loro filiera di approvvigionamento: Evan Smith, amministratore delegato di Altana, società di New York specializzata nella mappatura delle catene di approvvigionamento, ha affermato che la rete globale di porti e il software di gestione portuale cinesi forniscono ai funzionari di Pechino informazioni dettagliate sulle catene di approvvigionamento delle multinazionali, consentendo loro di individuare quando le aziende si rivolgono a fornitori esterni.

Un nuovo sistema che si ritorcerà contro la Cina

La RPC ha poi avviato una stretta sull’esportazione di beni primari per l’industria – come metalli e Terre Rare essenziali per i magneti ad alte prestazioni – in risposta ai dazi elevati dall’amministrazione Trump, che hanno colpito anche l’Europa andando a pareggiare i dazi UE sulle auto elettriche cinesi. Il regime di controllo delle esportazioni da parte cinese rappresenta un rischio commerciale a lungo termine, dato che la possibilità di esportare un determinato articolo potrebbe essere revocata in qualsiasi momento per motivi politici piuttosto che di sicurezza.

L’ultima legge “anti-disaccoppiamento” aggiunge insicurezza e pone delle condizioni capestro alle aziende che vogliono produrre e accedere al mercato cinese: quale società vorrà sottostare a questo diktat e accollarsi il rischio di non poter scegliere liberamente i propri fornitori?

Pechino afferma che sia una misura per contrastare il protezionismo occidentale, ma la legge a sua volta impone un protezionismo poco accettabile per il libero mercato, e molto facilmente si ritorcerà contro la Repubblica Popolare allontanando intere filiere produttive di alto livello in un momento in cui le dinamiche geopolitiche stanno ridisegnando le rotte dell’economia.

Cosa succederebbe se in Myanmar, Paese da cui Pechino dipende per la raffinazione delle Terre Rare, subentrassero enti occidentali capaci di offrire condizioni migliori? Come potrà spalmare il suo enorme surplus commerciale se, invece di aprire davvero la propria economia – che è sempre stata

agevolata in tal senso dall’essere un “Paese in via di sviluppo” – Pechino continua sulla via del protezionismo? Il gigante asiatico, che ha rallentato la sua crescita, rischia di vedere i suoi piedi trasformarsi in argilla.


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