Abruzzo

La qualità della vita conta più della carriera, ma dobbiamo impegnarci tutti


Il liceo a Chieti, con la voglia di fare le valigie il prima possibile per scoprire il mondo. Poi, poco prima dei 40 anni, una decisione ponderata e convinta: lasciare l’estero, tornare in provincia e mettere a frutto per la propria terra l’esperienza maturata in tanti anni fuori casa. 

È una storia di “cervelli che rientrano” quella di Stefano Leccese Renzetti, 40 anni, teatino, che dopo più di un ventennio fuori città, per gli studi universitari prima, per il lavoro in seguito, ha deciso di fare nuovamente di Chieti e dell’Abruzzo la sua casa. “Stavo benissimo – racconta a Chieti Today – ma la voglia di fuggire che avevo a 18 anni ha cambiato segno ed è diventata quella di rientrare per una qualità della vita diversa”. 

Dopo il diploma al liceo classico Gianbattista Vico, nel 2004 Leccese Renzetti si trasferisce a Roma e si laurea in Economia e management alla Luiss. Poi, intraprende una serie di esperienze lavorative che lo portano, nell’autunno 2013, a comprare un biglietto aereo di sola andata per Dublino, dove inizia a lavorare per Google. Una realtà importante, in un ambiente internazionale, ospitato in una città incantevole: per lui, un sogno che si realizza.

“Ho adorato ogni istante a Dublino – precisa – è un posto fantastico che mi ha dato tanto, ma il richiamo di casa è stato importante. Il Covid per me è stato una leva, che mi ha portato a trascorrere più tempo in Italia, dove comunque venivo spesso per il mio lavoro, e ho iniziato a riflettere sul fatto che forse le promesse che ci avevano venduto dello studio e dell’impegno che porta a una ‘scalabilità sociale’ non erano così reali. Mi sono accorto di quanto qui la qualità della vita sia diversa, di quanto si possa godere del tempo, degli amici, della famiglia. È stata una scelta molto difficile perché, lo ribadisco, io stavo benissimo dove stavo. Ma alla fine, nonostante la prospettiva di carriera, l’idea di tornare al posto da cui sono partito era troppo forte”. 

E non, come si potrebbe pensare, per semplice mancanza degli affetti. Ma anche, e soprattutto, per amore della propria terra e per riuscire a investire nel territorio di origine le competenze acquisite nella lunga esperienza all’estero. Così, dopo più di un decennio in Irlanda, è tempo di impacchettare nuovamente un’esistenza intera e riportarla indietro, ma con un punto di vista diverso. 

“L’Abruzzo per me è casa – si racconta Stefano Leccese Renzetti – ed è sinonimo di qualità della vita, dunque non avrei potuto fare altra scelta. E, proprio per questo, penso sia un concetto che dobbiamo esportare: il nostro territorio può essere molto accattivante per le nuove generazioni, soprattutto all’estero. L’Abruzzo permette di attrarre non solo i cervelli di ritorno, ma anche i digital nomad, che vogliono avere uno stile di vita diverso da quello delle loro città, centomila volte più caotiche di Roma o Milano”. 

L’idea, dunque, è quella di esportare un modello di vita fatto sì di lavoro (“Sicuramente ho rinunciato a qualcosa sul fronte della carriera – rimarca – ma ne ho guadagnato in qualità della vita”), ma anche e soprattutto di relazioni reali, famiglia, reti autentiche che consentono di riappropriarsi del tempo libero e dei rapporti umani a pieno. Una tendenza, quella a rivalutare lo svago, che sta legittimamente prendendo sempre più piede su impulso della cosiddetta Gen Z, i nati fra la seconda metà degli anni Novanta la fine degli anni Zero del Duemila.

Per Leccese Renzetti, dunque, rinunciare al mito della scalata professionale a ogni costo, non è una sconfitta, ma anzi la svolta che, ne è convinto, potrebbe riuscire a dare anche un nuovo impulso all’Abruzzo: “Io ho voluto lasciare il ruolo in una grande azienda (Google, ndc), ma l’ho fatto con piacere. Oggi sono vice president of sales di Adlook, sono responsabile di tutto il mercato italiano, gestisco il mio team: ho scelto di lavorare per una realtà più piccola, che mi permettesse però di stare in Italia e avere una flessibilità che la vita fuori non mi avrebbe mai consentito”.

Ma come può un professionista di rientro dare il proprio contributo concreto alla crescita della sua terra d’origine? Stefano Leccese Renzetti ne è convinto: “Tutti dobbiamo rimboccarci le maniche e dare il nostro contributo. Noi che torniamo dall’estero possiamo contribuire a creare lavoro, fornendo un supporto economico, di competenze, di rete ai giovani imprenditori. Dobbiamo insegnare cosa e come farlo”. 

E lui lo ha fatto in prima persona contribuendo alla nascita di Boost Abruzzo, un’associazione di professionisti abruzzesi che vivono fuori, impegnandosi fattivamente a promuovere la propria regione. Fra le altre esperienze, l’associazione ha promosso il BoostCamp in collaborazione con l’università dell’Aquila, un percorso di formazione che insegna come fare imprenditoria. 

Su questo fronte, il professionista teatino ha le idee chiare: “Come coscienza civica del Paese e della regione, come associazionismo, società civile, dobbiamo favorire la nascita di nuove aziende che possano contribuire a sviluppare lavoro, in tutti i settori, perché se noi torniamo, ma i ragazzi vanno via, non riusciremo a fare niente. In più, trovo che la situazione per le ragazze sia drammatica: nessuno in Abruzzo si sta occupando di imprenditoria femminile, sviluppo dell’occupazione femminile, ma va fatto il prima possibile. Sia chiaro: ai più giovani consiglierei di andare via, fare le proprie esperienze, acquisendo tutte le competenze possibili, ma con l’obiettivo di tornare e portare quella preparazione nella propria città, dove metterla a frutto per tutti”. 

Con il punto di vista di chi ha osservato la sua città fisicamente lontano, benché con un interesse vivo e attento, Stefano Leccese Renzetti sollecita “una discussione reale sulla vocazione del territorio: dobbiamo decidere cosa deve essere Chieti, cosa deve essere l’Abruzzo. Probabilmente non c’è neanche una risposta univoca, per esempio non si può muovere una regione solo con il turismo. Ma allora dobbiamo decidere cos’è l’Abruzzo oltre il turismo e la cultura. Questa, però, è una scelta che deve fare la politica dopo essersi confrontata con le varie realtà. Per me, è necessario darsi delle priorità che al momento non ci stiamo dando, senza renderci conto che possediamo diverse competenze da poter sfruttare, ma dobbiamo capire come farlo. E poi mancano le strutture: per raggiungere Milano o Roma si impiega troppo tempo e questo è un problema che va risolto”.

Ma chi ha respirato a lungo le possibilità della Capitale e l’internazionalità di un’azienda come Google, si pente mai di aver riportato le radici in Abruzzo, scegliendo anche di comprarvi casa? “Ci ho messo tanto a decidere – rivela – perché è stato difficile individuare l’opportunità giusta. Proprio per questo non mi sono mai pentito: per me non è tanto importante seguire la carriera o i soldi, quanto avere la possibilità di dedicare tempo ai miei amici, bere un caffè al mare e poi andare in montagna, poter stare con la famiglia. Ammetto che ci sono momenti in cui mi dico ‘chi me l’ha fatto fare?’, soprattutto quando mi scontro con la burocrazia italiana che come sappiamo tutti è lentissima. Ma la qualità della vita mi ripaga di tutto. Forse il Covid ci ha aiutato a capire che la guerra dei criceti conta poco e che non ha senso lavorare solo per pagare mutui o affitti, ma c’è anche altro. E ne sono convinto: chi si allontana vuole più bene alla propria città d’origine e solo scoprendo altre realtà si riesce ad apprezzare al meglio la vita di provincia”. 

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