Umbria

‘Amatissima Pace’ ti scrivo: lettera di Pasqua di Brunello Cucinelli

di Brunello Cucinelli

O Pace amatissima, sono attratto dalla storia, che mi è vicina ogni giorno con le cose che
vedo e con le cose che leggo; nella storia cerco risposte alle domande sul perché in così
tanti e lunghi periodi di tempo sei stata prigioniera, ma non arrivo mai a ragioni
convincenti. A volte qualcuno, mia cara Pace, mi parla di te come di un sogno incantato;
ma tu non sei un sogno, tu non sei un’isola che non c’è. Tu sei vera, possibile, autentica e
necessaria come l’aria. La storia, le testimonianze di chi ti ha visto piangere silenziosa
chiusa in luoghi nascosti, restano di altissimo aiuto, e gli storici sono i nostri maestri,
certo, ma nemmeno loro sono bravi quanto gli artisti, poeti, pittori, romanzieri, a
mettere nella più vera luce la tua grandezza, la bellezza e la tua essenza umana; sei stata
cantata dall’arte come nessuno mai ha fatto, credo, fino a oggi.
Sere fa ho fantasticato, immaginando di trovarmi in una città straordinaria, piena di sole
e di verde, che poteva essere tanto antica quanto moderna, tanto orientale che
occidentale, una città di persone di ogni colore della pelle, di bambini, di vecchi, di
donne e uomini laboriosi, che sembravano danzare cantando in armonia con il tempo. E
guardando bene, nel sogno, capivo che in realtà essi, semplicemente, erano così gioiosi
perché stavano vivendo in te: nella Pace.

Ammiravo i visi allegri e i movimenti armoniosi e operosi di tante persone; ero incantato
da una serenità che, come una luce generosa, si effondeva sui visi di quei cittadini felici.
Quante altre volte ti ho ammirata, o desiderata Pace, come nel grande affresco
trecentesco di Lorenzetti, a Siena, che parla di Buon Governo; in quel geniale dipinto gli
uomini, le donne, i bambini e gli animali non sono diversi, nella loro serena gioia, da
quelli del mio fantasticare; il Buon Governo è, credo, una delle tue case preferite, e tu
prosperi quando lui regna. Tu però possiedi anche un’altra casa, altrettanto grande e
bella, che ami molto, ed è la Fratellanza.

Ce lo insegnò ottocento anni fa Francesco, un santo che visse in povertà, che parlava
con tutte le cose del Creato; dedicò loro un cantico fra i più belli dal tempo della Bibbia.
San Francesco non faceva differenze tra persona e persona, né tra animali, o cose,
perché tutto per lui era pervaso da un’anima fraterna, perfino la morte, che per primo e
solo chiamò sorella. Capiva che il bene dell’umanità nasce dalla Fratellanza.

È primavera. Le rondini, fedeli come ogni anno, sono tornate a garrire nel mio amato
borgo di Solomeo. Affacciato alla torre del Castello sono rimasto incantato a guardarle
volteggiare fin quando non è comparsa la prima stella, e in quell’aria dolce di profumi e
di vita che rinasce, tu eri lì presente.

Oggi sei di nuovo imprigionata, in tante parti di questo nostro pianeta; chi ti libererà?
Saranno gli uomini e le donne, fratelli di ogni popolo? Saranno i nostri governanti
protempore? Saranno i santi di ogni religione? Saremo probabilmente tutti noi
affratellati, forse, a spezzare per sempre le tue catene, perché tu non sia mai più
prigioniera, perché il tuo bel volto possa di nuovo sorridere su ogni parte del mondo; e il
mio augurio è che tu torni regina per sempre, per noi umani viventi e per le generazioni
nuove che seguiranno, nel bene, ancora per millenni.

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